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20.01.2024 # 6384
Cosaporto? Mirai Bay risponde, per clienti sempre più soddisfatti

Paolo Falasconi //

Cosaporto? Mirai Bay risponde, per clienti sempre più soddisfatti

Cosaporto sceglie Mirai Bay per supportare lo sviluppo e l’efficienza dell’innovativo marketplace di quality delivery

Milano, 19 gennaio 2024 - Una crescita esponenziale quella di Cosaporto, società nata a Roma nel 2017 da un’idea di Stefano Manili, manager di grande esperienza nella consulenza, e che in sei anni ha esteso l’attività in 8 città in Italia e in Europa: oggi la crescita continua aiutata dal nuovo partner strategico Mirai Bay.
 
La sua storia è rapida: a pochi mesi dalla nascita, Cosaporto si espande a Torino, Milano, Bologna, Firenze e Londra per aprire nel 2021 il primo pop-up store digitale a Forte dei Marmi. Da qui l’esigenza di avvalersi di una partnership tecnologica in grado di supportare il crescente numero di utenti e di richieste e garantire la massima efficienza del sistema di delivery per clienti sempre più soddisfatti e fidelizzati. La scelta è ricaduta sull’esperienza e sulle competenze digitali di Mirai Bay, la digital company associata a UNA (Aziende della Comunicazione Unite), con l’obiettivo di ottimizzare al meglio la gestione delle campagne di advertising e di massimizzare la retention dei suoi clienti.
 
“Siamo molto contenti di poter supportare la crescita di una realtà dinamica e innovativa come quella di Cosaporto” ha aggiunto Davide Crapanzano, Growth Manager di Mirai Bay. “Conosciamo bene il valore che la tecnologia può offrire a vantaggio di una gestione più efficiente per soddisfare le più svariate richieste, di cui anche Cosaporto ne è pienamente consapevole. Un ottimo punto di partenza per fare grandi cose insieme”.
 
Il servizio offerto da Cosaporto risponde alla classica domanda che ognuno si pone quando viene invitato a casa di amici o familiari: “cosa porto?”. Ma non solo, Cosaporto offre soluzioni originali e di qualità sia per quanto concerne la regalistica, sia per quanto riguarda gli eventi aziendali, anche a distanza, grazie al canale dedicato Cosaporto4Business: dal semplice servizio di catering all’evento più complesso, dai gadget fai da te per stupire clienti, dipendenti e prospect alle GIFT card personalizzabili, Cosaporto si dimostra il partner ideale e competente anche nel proporre la soluzione su misura più adatta, con un ampio ventaglio di scelta tra le diverse opzioni possibili, capace di garantire elevati standard qualitativi nell’organizzazione, nel rispetto delle tempistiche e della sostenibilità.
 
Fitta anche la rete di collaborazioni d’eccezione in diversi ambiti: da quello dolciario a quello del gourmet salato e dei drinks, dal lifestyle & beauty a quello florovivaista e alla preparazione di gift box. Il tutto firmato da nomi prestigiosi come Iginio Massari, Carlo Cracco e Antonino Cannavacciuolo.

20.09.2023 # 6338
Cosaporto? Mirai Bay risponde, per clienti sempre più soddisfatti

Paolo Falasconi //

jekyll & hyde per Missoni: la nuova identità visiva nasce dall‘heritage del brand

Missoni, marchio italiano di moda di fama internazionale, ha scelto lo studio grafico milanese jekyll & hyde, fondato da Margherita Monguzzi e Marco Molteni per aggiornare la sua brand identity.

Missoni, marchio italiano di moda di fama internazionale, ha scelto lo studio grafico milanese jekyll & hyde, fondato da Margherita Monguzzi e Marco Molteni per aggiornare la sua brand identity.
 
"La stretta collaborazione con l‘azienda ci ha permesso di immergerci nell‘heritage e nell‘essenza più autentica del brand. Basandoci su queste fondamenta, abbiamo ideato il nuovo sistema visivo, con il fulcro rappresentato dall‘introduzione dello zig zag utilizzato come simbolo iconico. Questo segno non solo incarna la nuova direzione del brand, ma affonda le sue radici nella storia stessa di Missoni" spiegano i due direttori creativi di jekyll & hyde. 
 
Il simbolo è stato messo in dialogo anche con la sua classica applicazione come pattern, per definire la linea di packaging e altri elementi della nuova identità, creando così un impatto contemporaneo e fedele alla storia del brand in tutti gli strumenti di comunicazione.
 
"Oggi, i brand devono operare globalmente e digitalmente, adattandosi a diversi formati e dimensioni e garantendo comprensibilità in varie regioni del mondo. Questo ha influenzato altri due temi del lavoro: la creazione di una versione ridotta del logo per assicurare leggibilità e versatilità in ogni contesto, e la progettazione del logo in versione cinese per penetrare nei nuovi mercati orientali" aggiungono.
 
Lo studio ha infine creato le linee guida di tutte le applicazioni, per assicurare coerenza nei diversi touchpoint sviluppando un progetto che ridefinisce l‘identità visiva di Missoni, dimostrando ancora una volta la capacità di questo brand di evolvere senza mai perdere le proprie radici.
 
 

 
jekyll & hyde 

è uno studio di graphic design e comunicazione visiva fondato a Milano nel 1996 da Marco Molteni e Margherita Monguzzi. Numerosi progetti dello studio sono stati segnalati e premiati a livello nazionale e internazionale.
 
via Valtellina, 67 - Milano - Italy

22.05.2023 # 6278
Cosaporto? Mirai Bay risponde, per clienti sempre più soddisfatti

Marco Maraviglia //

Peggy Kleiber e le emozioni della vita

Per la prima volta l‘opera e l‘archivio in mostra di una fotografa svizzera autodidatta, tra foto di famiglia e viaggi nell‘Italia degli anni ‘60 e ‘70

Non era una misteriosa bambinaia che aveva i libri sullo scaffale con il dorso contro il muro e con l‘hobby della fotografia (v. Vivian Maier). Non era nemmeno la Regina Elisabetta di cui tutte le foto di famiglia che ha scattato non sapremo se riusciremo mai a vederle. E qui non si tratta nemmeno di un ritrovamento fortuito di lastre fotografiche in un mercatino e realizzate da un eccellente anonimo fotografo.

Di Peggy Kleiber si sa abbastanza della sua vita. Una vita trascorsa a immortalare i momenti felici e salienti della sua famiglia che la stessa ha voluto generosamente condividere pubblicamente il suo archivio fotografico.

 

Le fotografie del passato sono una preziosa memoria storica che non riguarda i fatti documentati di per sé, ma è universale, patrimonio dell‘umanità che non può non fare i conti col passato per conoscere il “come eravamo”.

Ci sono persone che preferiscono essere proiettate verso il futuro o il presente. Emotivamente non reggono la visione delle fotografie di famiglia dei tempi andati. Tendono a rimuovere i ricordi forse per non avere rimpianti, rimorsi o per non rivivere il dolore dell‘assenza dei propri cari. Non tutti hanno (avuto) la pazienza o il tempo di metabolizzare il passato esorcizzando un malessere latente che può esserci in ognuno di noi, trasformandolo in ricordi naturali da vivere con serenità. E purtroppo molti archivi fotografici di famiglia non vedranno mai la luce delle gallerie. Chissà quante belle immagini saranno disperse, dimenticate o custodite gelosamente per “rispetto della privacy” o per l‘inconsapevolezza del tesoro antropologico posseduto.

Non c‘è nessuno da condannare per questo.

Ma questa è un‘altra storia.

Due valigie cariche di negativi e stampe fotografiche ritrovate. 15.000 fotografie scattate tra la fine degli anni ‘50 e gli anni ‘90. Attimi di vita ripresi spontaneamente, senza intento commerciale/professionale e per questo si tratta di fotografie fresche, genuine, spontanee. Senza particolari sovrastrutture di impronta tecnica: è il bello di certa fotografia amatoriale, quella istintiva, realizzata con partecipazione emotiva, che restituisce la bellezza emozionale sentita da chi le scatta.

La scoperta di questo materiale arriva dopo la morte dell‘autrice, Peggy Kleiber, avvenuta nel 2015. In seguito la famiglia decide di valorizzare e rendere pubblico questo importante patrimonio rimasto a lungo nell‘oblio. Nel 2019 si pensò quindi di voler realizzare una mostra iniziando a digitalizzare una parte dei negativi ritrovati.

 

Peggy Kleiber cresce in una famiglia numerosa e vivace a Moutier in Svizzera. Tra le passioni della poesia, musica e letteratura, coltiva la passione per la fotografia. Non fa della fotografia una professione anche perché dalla fine degli anni ‘70 diventa insegnante, senza comunque abbandonare la Leica. La sua ricerca abbracciava la vita privata e la storia collettiva. Fotografie che sì, raccontano attimi intimi di vita familiare ma ricercava la stessa intimità ed empatia quando fotografava i luoghi che visitava nei suoi viaggi in Italia e in Europa.

 

In mostra ci sono 150 fotografie e una selezione delle stampe ritrovate, nei loro formati originali. Tutte scattate da Peggy Kleiber con la sua Leica M3, dotata di esposimetro sul corpo macchina. Con la bellezza dell’assenza di fotoritocco digitale: pure, così come ritrovate.

E poi c’è un video che ripercorre la riscoperta dell‘archivio attraverso i materiali inediti e filmati Super8 di famiglia.

La mostra è in due sezioni: una dedicata alla famiglia con immagini dei momenti salienti (cerimonie, nascite, compleanni, gite…) e l‘altra dedicata ai viaggi in Europa e in Italia, in particolare in Sicilia e a Roma alla quale era particolarmente legata, a partire dai primi anni ‘60. Immagini che non colsero solo la parte turistico-monumentale e artistica della città, ma con excursus nelle periferie che lasciano ricordare le storie di borgate di P. P. Pasolini.

Si tratta di entrare in una storia lunga 40 anni di un mondo che ha subìto repentine trasformazioni sociali, culturali e paesaggistiche.

Fotografie, queste di Peggy, che ci spingono a prestare attenzione alle emozioni tra le persone e alle loro sfumature nei gesti.

Qualcosa di cui abbiamo dimenticato.


Bio (dal comunicato stampa)

Nata il 25 giugno 1940 a Moutier, Peggy Kleiber cresce in un ambiente ricco di stimoli culturali, con tanti fratelli e sorelle. Peggy è la secondogenita: vivace, sensibile, curiosa e generosa. Ama la letteratura e la musica, incontra la passione per la fotografia nel 1961 ad Amburgo, frequentando la scuola Hamburger Fotoschule. Questa esperienza segna un punto di svolta nella vita di Peggy: da quel momento, la sua Leica M3 la seguirà in ogni momento, nei riti di famiglia e nelle ricorrenze, così come nei viaggi all‘estero, alla scoperta del mondo.

Dall‘inizio degli anni ‘60 viaggia in tutta Europa (Parigi, Praga, Amsterdam, Leningrado, solo per citare alcune destinazioni), dedicando una grande attenzione all‘Italia: Roma e la Sicilia sono due capitoli importanti che le permettono di sperimentare e di lasciarsi incantare da luoghi ignoti.

Per Peggy Kleiber la macchina fotografica è un modo per nascondere e rivelare, anche se stessa. Lo fa attraverso lo splendido ciclo delle foto di famiglia, racchiuse nel libro autoprodotto “Rue Neuve 44 Cronaca della vita familiare 1963-1983” e donato ai suoi parenti nel 2006. Dalla fine degli anni ‘70 in poi si dedica con passione all‘insegnamento, senza abbandonare la fotografia, che diventa un modo per ripensare a distanza di tempo all‘intreccio dei rapporti di una vita. Peggy scompare prematuramente nel 2015.

 

 

 

Peggy Kleiber. Tutti i giorni della vita (fotografie 1959 -1992)

a cura di Arianna Catania e Lorenzo Pallini

Museo di Roma in Trastevere

Roma, Piazza S. Egidio 1/b

19 maggio -15 ottobre 2023

Da martedì a domenica ore 10.00 - 20.00

La biglietteria chiude alle ore 19.00

Chiuso lunedì.

 

L‘esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e realizzata dalle associazioni culturali Marmorata169 e On Image, con la collaborazione dell‘associazione Les photographies de Peggy Kleiber. Servizi museali Zètema Progetto Cultura.

03.08.2022 # 6107
Cosaporto? Mirai Bay risponde, per clienti sempre più soddisfatti

Paolo Falasconi //

Gen Z, come i nativi digitali sfidano i grandi marchi di intrattenimento

Come le nuove generazioni hanno cambiato le aziende

Cresciuti in un periodo di rapidi cambiamenti nella tecnologia e nella società, i membri della Generazione Z, definiti come nati tra il 1995 e il 2010, hanno caratteristiche diverse da qualsiasi altra generazione perché sono nati già immersi totalmente nel mondo connesso e tecnologico che conosciamo.

Questa familiarità, che potrebbe presupporre una facilità da parte delle aziende di intrattenimento nell‘agganciare gli utenti di questa generazione e attrarli verso i propri contenuti, rappresenta in realtà un‘arma a doppio taglio perché la familiarità comporta un alto livello di assuefazione e disinteresse verso i contenuti digitali che tendono a somigliarsi e a sovrapporsi gli uni con gli altri, finendo per scomparire dal radar.

Essendo una generazione di creatori i Gen Z si vedono come trendsetter e vogliono influenzare chi li circonda: la tendenza attuale non è più presentare qualcosa focalizzando sul proprio vissuto, ma presentare qualcosa che nessun altro ha ancora mai provato o visto. Chi riesce nell‘intento e ha un buon seguito, di solito poi riesce a creare una tendenza intorno a quel marchio o quell‘argomento al punto da stimolare i follower a seguirlo per restare al passo. 

Se in un primo momento questo ha scatenato reazioni in parte contrastanti (il fenomeno degli influencer è stato spesso oggetto di critiche e in egual misura di apprezzamenti) adesso sembrerebbe essersi fatto finalmente strada il principio secondo cui ognuno andrebbe incoraggiato a esprimere il proprio gusto, stile, le idee e per far questo tutte le aziende si sono orientate a fornire strumenti specifici per personalizzare l‘esperienza e migliorare la self-presentation con software, elementi interattivi, azioni o effetti speciali che possano aiutare la creatività a esprimersi al massimo. 

Andando più in profondità, occorre osservare che i membri della Gen Z sono anche quelli che più di ogni altro gruppo hanno colonizzato il mondo virtuale, preferendo esprimere i propri sentimenti, aspirazioni, sogni condividendo contenuti con le ben più ampie fandom e i gruppi online con i quali si hanno interessi in comune anziché farlo nel ristretto ambito degli amici, o dei gruppi familiari o scolastici/universitari. In sostanza molto più che in qualunque altra generazione, i Gen Z considerano il mondo virtuale esattamente al pari di quello reale, fisico, e interagiscono con esso senza distinzione alcuna. 

Anche in questo i marchi di intrattenimento hanno dovuto rincorrere questo specifico pubblico rafforzando tutto il mondo di contenuti che orbita intorno ad una serie tv, un videogioco, un prodotto digitale rafforzando il prodotto principale con strategie di marketing come la creazione di spazi di fandom, mantenendo uno spettacolo o un titolo in primo piano, creando spazi incentrati sui fan nei gruppi di Facebook per incoraggiare gli utenti a costruire nuove community.

Evidentemente questo si porta dietro un altro aspetto estremamente interessante, che riguarda il legame che si costruisce tra utente e marchio. Non si era mai osservato prima una connessione così forte, personale, con le aziende e i loro marchi. Incoraggiare il pubblico e offrire loro spazi con possibilità di personalizzare l‘esperienza totalmente su misura dei propri desideri ha la conseguenza di costruire una sorta di casa virtuale nella quale sentirsi a proprio agio e, più le aziende sono capaci di intercettare le differenti sensibilità, più si rafforza il loro legame con i propri utenti riconoscendo convinzioni, valori e personalità simili a quella marca.

Avendo incluso il mondo virtuale tra i luoghi abitualmente frequentati ed essendo, in quanto umani, alla ricerca di una connessione personale e di una relazione (anche con i marchi), soprattutto quando le loro scelte su come trascorrere il tempo libero digitale si espandono, i membri della Gen Z si aspettano che i marchi siano come amici quando interagiscono con loro sui social media, al pari di quanto accade con le persone che conoscono. Questo è un elemento degno di nota perché si è osservato che quando i marchi di intrattenimento personalizzano le interazioni, aprono opportunità di scoperta e instaurano relazioni durature con i clienti. 

La sfida non riguarda soltanto la capacità delle aziende di stabilire una connessione, possibilmente duratura e sincera, ma saper intercettare e condividere i temi di giustizia sociale che sono tanto a cuore a questa generazione e trovare il modo di connettere i valori del marchio alle istanze che gli utenti ritengono essere elementi fondamentali della propria identità.
Molto più che condividere hashtag in occasione di eventi o manifestazioni è risultato premiante costruire strategie di giustizia sociale e mantenerle attive, coinvolgendo gli utenti nel raggiungimento degli obiettivi, fianco a fianco, esattamente come farebbero due buoni amici.

30.03.2022 # 5962
Cosaporto? Mirai Bay risponde, per clienti sempre più soddisfatti

Paolo Falasconi //

La rivista anni Trenta “Campo Grafico” in mostra all’ADI Design Museum

La mostra è ad accesso libero e visitabile fino a domenica 10 aprile.

Alla vigilia dei 90 anni dalla pubblicazione, in occasione della mostra “Campo Grafico 1933/1939: nasce il visual design” – curata da Gaetano Grizzanti, Mauro Chiabrando e Pablo Rossi presso l’ADI Design Museum – vengono esposti per la prima volta tutti i 66 numeri della rivista, a testimoniare l’importanza di un fenomeno culturale riconosciuto a livello mondiale.

La mostra è ad accesso libero e visitabile fino a domenica 10 aprile.

Campo Grafico nasce a Milano sotto l’influenza delle grandi avanguardie culturali e artistiche del ‘900, divenendo rapidamente il luogo geometrico dove si incontrano le tendenze e le correnti ideali che daranno luogo all’Italian Style per la Tipografia e la Comunicazione.

Le 1.650 pagine (più 54 fuori testo e 114 inserti applicati a mano) dei 66 numeri esposti – oggi interamente digitalizzate e di libera consultazione su www.campografico.org – testimoniano l’impatto di questa rivista che, pur essendo tirata in sole 500 copie, è riuscita a comunicare con chiarezza «la mutabilità di tendenze e di mezzi in questa epoca di profonda progressione».

Un pugno di padri “fondatori” del graphic design, tra cui Attilio Rossi, Carlo Dradi, Guido Modiano, Luigi Veronesi, Enrico Bona, Ezio D’Errico, Antonio Boggeri e Bruno Munari guida tra le due guerre quella che è una vera rivoluzione, che, una volta iniziata apre la strada a modalità del tutto diverse di coniugare testi e immagini nella grafica.

Simbolicamente Campo Grafico decolla proprio mentre il nazismo chiude il Bauhaus. La rivista approfitta del fatto che il fascismo non aveva un pensiero unico nell’arte e nella cultura e quindi può portare avanti un’azione di rinnovamento in qualche caso iconoclasta anche verso protagonisti del Regime. Ma non mancheranno momenti di duro confronto quando nel 1934 Attilio Rossi, primo direttore della rivista, rifiuta di pubblicare sulla rivista i manifesti di Persico e di Nizzoli favorevoli al Plebiscito voluto da Mussolini.

La rivista proseguirà negli anni le proprie pubblicazioni con alterne fortune, esaurendo nel 1939 quello che era stata la spinta propulsiva degli inizi. Ma la sua straordinaria qualità e la sua capacità di avere uno “sguardo lungo” nel lanciare il graphic design, oggi la riportano più che mai al centro della scena culturale.

La mostra ha prodotto un catalogo, graficamente in stile iconista (design: Gaetano Grizzanti e Giancarlo Tosoni) tirata in 500 copie numerate, esclusivamente acquistabile presso AIAP Edizioni: www.aiap.it




Mostra: Campo Grafico 1933/1939: nasce il visual design
Luogo: ADI Design Museum
Indirizzo: Piazza Compasso d’Oro 1, 20154 Milano
Ingresso: gratuito / entrata da Via Ceresio 7, Milano
Date di apertura: dal 25 marzo al 10 aprile 2022
Orari di apertura: 10.30 - 20 (chiuso il lunedì)


Cos’è Campo Grafico

A Milano tra le due guerre, “Campo Grafico - Rivista di tecnica ed estetica grafica”, si impone come la più originale impresa collettiva in quelli che retrospettivamente sono definiti gli anni “creativi”, quando alla Galleria Il Milione o al Bar Craja nascevano i fermenti del gusto moderno: si passava dalle discussioni sull’arte astratta e le sue mostre al dibattito sul destino dell’architettura, fino alla nuova tipografia, proprio quella presentata nella Sezione Grafica della Germania 1933 alla V Triennale e simboleggiata dal carattere Futura di Paul Renner.

La Rivista diverrà subito anche un ideale punto di aggregazione di spiriti liberi e indipendenti, molti dei quali destinati a restare nel più assoluto anonimato. Qualunque fosse la loro formazione, tecnica e/o artistica, erano menti aperte agli stimoli intellettuali che avevano caratterizzato le avanguardie europee nell’ultimo decennio.

Come ebbe a ricordare cinquant’anni dopo Attilio Rossi – il primo direttore della rivista Campo Grafico – «erano le esperienze e gli insegnamenti della Bauhaus e di altre avanguardie europee in tutti i campi della cultura, che confluivano programmaticamente in una rivista sperimentale di arti grafiche totalmente nuova».

L’avventura comincia nel 1932 in una trattoria di Via delle Asole a Milano, dove si riuniva periodicamente il nucleo dei fondatori. C’era l’esigenza di un profondo svecchiamento del settore: tecnicamente si voleva portare la qualità tipografica all’altezza della fotografia; esteticamente occorreva superare le barriere e i limiti costituiti delle rigide simmetrie neoclassiche e dalla concezione della tipografia come arte, tradizionali cavalli di battaglia del “Il Risorgimento Grafico” di Raffaello Bertieri. 

Tra i primi “campisti” – come venivano chiamati i collaboratori della rivista Campo Grafico – figurano nomi dei “padri fondatori” del graphic design, tra i quali: Attilio Rossi, Carlo Dradi, Guido Modiano, Luigi Veronesi, Enrico Bona, Ezio D’Errico, Antonio Boggeri e Bruno Munari.

Finalmente si potevano dibattere gli argomenti della nuova estetica grafica che Guido Modiano e Edoardo Persico avevano anticipato sulla rivista “Tipografia” tra il 1931 e il 1932, ma anche l’identità e il ruolo della nuova figura professionale del “progettista grafico”, passando necessariamente attraverso un profondo rinnovamento dei programmi di insegnamento nelle scuole professionali.
Il miracolo diventa possibile grazie all’opera gratuita e volontaria di addetti ai lavori (tipografi, compositori, litografi, linotipisti, fototipisti e grafici) e alla ospitalità – ma in orario festivo – di alcune tipografie.

Appoggiavano l’impresa anche diversi amici sostenitori provenienti da altri ambiti – pittori, scenografi, scultori, architetti – i quali ogni sera si trovavano nello Studio Dradi-Rossi in via Rugabella 34 a Milano (presso cui dal 1934 era ospitata la sede della rivista), superando di fatto la distinzione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale.

Le 500 copie della tiratura di ogni numero erano vendute in abbonamento a sostenitori e tipografi – molto spesso usate dai proto come strumento di lavoro – e ciò spiega in larga parte perché le collezioni complete dei 66 fascicoli pubblicati, pervenute ancora integre ai nostri giorni, si contino sulle dita di una mano. 

Oltre alla pubblicità e agli articoli, la rivista conteneva spesso anche allegati fuori testo, dove figuravano applicati vari stampati, come: copertine di libri, carte da lettere, biglietti d’auguri, avvisi di chiusura per ferie, manifesti, pieghevoli, cartoline, progetti grafici degli allievi delle scuole, annunci, listini… alcuni dei quali inseriti anche sciolti nei fascicoli.


L’Associazione Campo Grafico

Il 31 gennaio 2013 – a 80 anni dalla pubblicazione di "Campo Grafico / Rivista di Estetica e Tecnica Grafica" – Gaetano Grizzanti costituisce a Milano l’ASSOCIAZIONE CAMPO GRAFICO (associazione culturale, apartitica, aconfessionale, senza finalità di lucro), insieme con Mauro Chiabrando e ai figli dei fondatori della Rivista: Massimo Dradi (scomparso nel 2018) e Pablo Rossi.

L’Associazione – quale organismo ufficiale e fonte autorevole sulla storia di Campo Grafico – è nata con lo scopo di preservare la memoria culturale e documentale della rivista originale, realizzata a Milano dall’anno 1933 all’anno 1939.

Grazie alla sua opera pionieristica nel settore dell’arte grafica e tipografica, tuttora riconosciuta in tutto il mondo in quanto incubatrice del moderno design di comunicazione, "Campo Grafico" ha rivoluzionato l’approccio alla disciplina della progettazione grafica, costituendo oggi un vero e proprio patrimonio culturale italiano e globale.

Nel raccogliere l’ideale lascito testamentario della Rivista, attraverso la stessa anima pionieristica dei “campisti” di allora e in continuità coi loro princìpi estetici e le loro intenzioni pragmatiche, l'Associazione intende divulgare e promuovere – attraverso lo studio del pubblicato e l'analisi del suo contesto storico – lo spirito originario della “cultura di progetto”, intesa quest’ultima come percorso intellettuale, accademico e sperimentale che intreccia e coinvolge i settori della grafica, della tipografia, della stampa, del design, dell’arte, dell’editoria e della comunicazione visiva in genere.


ASSOCIAZIONE CAMPO GRAFICO
Via Eugenio Torelli Viollier 1
20125 Milano
Codice fiscale: 08156350962

Contatti stampa:
Gaetano Grizzanti
Cell. 335 83 67 976
info@campografico.org

27.01.2022 # 5888
Cosaporto? Mirai Bay risponde, per clienti sempre più soddisfatti

Daria La Ragione //

Lasciateci le ali. Il reportage fotografico di Kira Marinova su Auschwitz.

Gli scatti di Kira Marinova raccontano la vita di un sopravvissuto che con la propria testimonianza ne ha ispirato lo storytelling.

LASCIATECI LE ALI

Chi è andato ad Auschwitz lo sa: la persona che va non è la stessa che torna.
Durante il viaggio di andata la mente è piena di tutto ciò che ha letto, sentito, immaginato.
Spesso nemmeno sa di andare a visitare due posti distinti: Auschwitz e Birkenau, campo di lavoro il primo, campo di sterminio l’altro.




Auschwitz è un posto pieno di fotografie, per ognuna c’è un nome, un’età, e i giorni che è riuscita a sopravvivere in quel luogo.
È anche pieno di oggetti: occhiali, scarpe, protesi, lattine di Zyclon B, migliaia di oggetti che ricordano migliaia di esseri umani trasportati in quei luoghi.
Molte foto sono state scattate. Molte storie raccontate. Eppure è come se tutto ciò rischiasse continuamente di sbiadire, scomparire, banalizzarsi.


È difficile dire quale luogo sia più angosciante. Birkenau è un insieme di casermoni senza porte, senza null’altro che strutture in cui stendersi a morire di freddo e stenti, è un luogo dove agli uomini e alle donne si è tolto tutto, finanche l’umanità.
Ma Auschwitz mette davvero i brividi. Perché è un posto carino, con file di palazzine di mattoni rossi ordinati, alberi  disposti in filari, che probabilmente erano già lì quando Kapò e poveri cristi si dividevano quegli spazi. Sembra un quartiere dormitorio a margine di una fabbrica. Te lo immagini popolato da operai.
E invece sono morti viventi quelli che ci hanno vissuto. 



E alcuni di loro, che sono sopravvissuti, hanno ancora una storia da raccontare.
86 anni, nella libreria di Birkenau, è fermo là, per chiunque voglia ascoltare la storia di un ragazzino di 14 anni che non è morto perché era troppo alto, troppo più alto dei suoi coetanei per essere mandato con loro a morire o farsi torturare dai medici. È là, racconta, parla. E quando si va via, con una scheda di memoria (che ironia!) piena di scatti, cresce passo dopo passo l’urgenza di raccontare, di non lasciar svanire, di far sapere a tutti.
Ecco perché continuare ad andare. Ecco perché continuare a fotografare.
Per non essere più spettatori. Per diventare testimoni.

















In occasione della giornata della memoria Ilasmagazine pubblica gli scatti di Kira Marinova.




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