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30.01.2024 # 6389
TikTok testa una nuova funzionalità per acquisti In-App

Paolo Falasconi //

TikTok testa una nuova funzionalità per acquisti In-App

Sarà in grado di identificare oggetti nel video per poi suggerirne l‘acquisto sul TikTok Shop

TikTok sta testando una nuova funzionalità video che potrebbe rendere automaticamente tutti i post come spazi di vendita virtuale suggerendo anche agli utenti di "trovare articoli simili" nel marketplace dell‘app.

Al momento a funzionalità fa parte del tentativo di TikTok di ampliare la propria presenza nel settore dell‘e-commerce negli Stati Uniti.

La nuova funzione utilizza una tecnologia in grado di identificare oggetti nel video. Una volta individuati, agli utenti verrà suggerito di "trovare articoli simili su TikTok Shop" cliccando su una pagina di prodotti.  Inizialmente, solo influencer e marchi verificati possono promuovere e taggare prodotti nei loro contenuti. La nuova funzione darà comunque accesso a tutti gli utenti alla opzione.

Nel frattempo, un portavoce di TikTok ha chiarito che si tratta di un test iniziale. La prossima funzione sarà il tentativo di TikTok quest‘anno di aumentare la consapevolezza del TikTok Shop, lanciato solo negli Stati Uniti l‘anno scorso. Secondo fonti informate sulla situazione, l‘azienda mira a vendere beni per un valore di 17,5 miliardi di dollari nel paese nel 2024.

Al momento del lancio del Tik Tok Shop, diversi commercianti hanno approfittato della popolarità di TikTok e hanno deciso di vendere i loro prodotti sul suo negozio. Secondo i rapporti, più di cinque milioni di clienti hanno utilizzato TikTok Shop durante le vendite del Black Friday e del Cyber Monday.

Non è tutto così semplice. Nonostante il risultato incoraggiante, TikTok Shop ha affrontato lo stesso problema di Amazon. Diversi utenti hanno individuato e lamentato la presenza di prodotti contraffatti e imitazioni sulla piattaforma. Più in generale, alcuni utenti hanno criticato i post di vendita aggressiva che includono prodotti taggati, col risultato di aver ridimensionato l‘esperienza complessiva sulla piattaforma.

Con questa nuova funzionalità, TikTok spera di risolvere l‘approccio di vendita aggressivo attenuandolo. La prossima funzione, pur promuovendo comunque la vendita sulla piattaforma permetterà all‘utente di visualizzare un normale post con in più la possibilità per gli utenti di acquistare, se sono interessati.

19.12.2023 # 6373
TikTok testa una nuova funzionalità per acquisti In-App

Angelo Scognamiglio //

"Lombard-IA": La Svolta Lombarda nell‘Era dell‘Intelligenza Artificiale

La Regione ha avviato un progetto ambizioso, che è un invito a guardare avanti, a sognare in grande, e soprattutto, a fare la differenza.

Milano, 18 dicembre - Immaginate un futuro dove l‘Intelligenza Artificiale (IA) non è solo una questione di laboratorio, ma diventa parte integrante del nostro tessuto sociale e economico. Questa non è fantascienza, ma il cuore del progetto ‘Lombard-IA‘, avviato in Lombardia. Una visione ambiziosa? Certamente, ma anche un passo necessario, secondo Alessandro Fermi, assessore regionale all‘Università, Ricerca e Innovazione.

La Lombardia e l‘IA: Un Matrimonio Innovativo

L‘idea dietro ‘Lombard-IA‘ è semplice ma potente: utilizzare l‘IA per migliorare la vita di tutti, non solo di pochi. Fermi immagina una Lombardia che non solo segue ma guida l‘evoluzione tecnologica, un luogo dove le nuove idee sbocciano e prendono forma. Ecco perché ‘Lombard-IA‘ non è solo un progetto, ma una promessa per il futuro.

Un Team di Sogno per un Progetto da Sogno

Il cuore pulsante di ‘Lombard-IA‘ sarà un gruppo di esperti, menti brillanti a livello nazionale e internazionale. Loro compito? Tradurre il linguaggio dell‘IA in soluzioni concrete per la società. E con una segreteria tecnica guidata dalla Direzione Generale Università, Ricerca e Innovazione, il progetto è in mani esperte.

Gli Obiettivi: Grandi, Audaci, Possibili

‘Lombard-IA‘ non si limita a pensare in grande; punta a trasformare grandi idee in realtà tangibili. Dal potenziamento dell‘innovazione alla soluzione di problemi concreti, dall‘incremento della competitività delle imprese al miglioramento della qualità della vita: questi non sono solo obiettivi, ma pietre miliari su un percorso di progresso e crescita.

Etica e Innovazione: Due Facce della Medesima Moneta

In un mondo dove l‘IA può fare tanto bene quanto male, ‘Lombard-IA‘ pone un‘enfasi speciale sull‘etica, la privacy e la sicurezza. Fermi lo sa: innovare non significa solo creare, ma farlo responsabilmente. Ecco perché ‘Lombard-IA‘ sarà anche un faro di saggezza etica nell‘uso dell‘IA.

Un Futuro Luminoso

Con ‘Lombard-IA‘, la Lombardia non solo abbraccia il futuro, ma lo plasma. Questo progetto è un invito a guardare avanti, a sognare in grande, e soprattutto, a fare la differenza. Il futuro dell‘IA inizia qui, in Lombardia, e promette di essere straordinario.

26.06.2023 # 6295
TikTok testa una nuova funzionalità per acquisti In-App

Marco Maraviglia //

Web marketing cognitivo: capire i clienti nell‘era digitale

Intervista a Josè Compagnone Docente ILAS del Master Social Media e Web marketing

Il prossimo 30 giugno Jose Compagnone, Antropologo digitale che da oltre 20 anni si occupa di comunicazione digitale sarà ospite alla Ilas per un seminario per gli studenti e professionisti del Digital Marketing sul tema del Customer Mindset, un approccio multidisciplinare allo studio degli utenti, per capire come ragionano e come prendono la decisione di acquisto. Un nuovo approccio al mercato digitale che non lavora su risposte univoche e universali ma allena la capacità di intuire e creare la soluzione a misura di specifici business digitali, fornendo molteplici idee e strumenti per rispondere alle domande degli imprenditori e dei marketer e aiutarli a trovare una strada realmente adatta alle proprie esigenze.


A margine del seminario, in anteprima assoluta, Compagnone presenterà il suo ultimo libro "Customer Mindset" una guida pensata per imprenditori e professionisti del digitale che desiderano sperimentare operativamente i principi di questo nuovo approccio.


A pochi giorni dal seminario abbiamo incontrato Jose Compagnone per una interessantissima intervista. Ecco cosa ci ha detto.


D: Ciao Jose e grazie per averci concesso questa chiacchierata. Dunque, il 30 giugno terrai un seminario per Ilas sul tema del Customer Mindset. 

 

R. È un evento molto significativo per me, avrò l‘opportunità di entrare nei dettagli del progetto Customer Mindset e raccontare che anche qui al Sud abbiamo le carte in regola per competere nel settore della comunicazione digitale. 

Customer Mindset è un progetto multidisciplinare ed è diventato un libro in cui ho raccolto e racconto le mie esperienze nello spazio del WEB accumulate in oltre 20 anni di attività. Lo considero un motore di ricerca cartaceo. Perché è come un manuale, un prontuario dove gli argomenti possono essere letti con modalità random. Scorri l‘indice e trovi ciò che ti interessa. È utile agli addetti ai lavori ma anche per i dirigenti di piccole e medie imprese che intendono capire nuovi meccanismi del management.


D. In una nota che hai scritto, ho letto che la tua filosofia di lavoro è fondata su un approccio multidisciplinare. Che cosa intendi?

 

R: Bisogna considerare che l‘universo del consumatore è fatto di pensiero e quindi non lo si può considerare solo un acquirente automatico del tipo “io vendo/tu compri”. L‘approccio di lettura sulle abitudini, desideri e bisogni dei consumatori viene fatto sotto un aspetto umanista. Gli studi di antropologia mi sono serviti non poco per approfondire e affrontare certe dinamiche che spingono il consumer all‘acquisto.

Nella Goodea, l‘agenzia di WEB marketing di cui sono fondatore, ci sono 10 dipendenti che si occupano anche dei fattori umani che riguardano la psicologia cognitiva, l‘ergonomia. In maniera più specialistica c‘è chi si occupa di SEO, copywriting, WEB design, social media.

Il consumatore ha il potere della scelta, sa scegliere ma a volte deve essere accompagnato e studiare i suoi comportamenti sul WEB ci aiuta nel poter stimolare le sue decisioni.

Capita di fare ricerche sulle cose irrisolte della nostra vita, bisogna individuare lo sviluppo dei desideri latenti e fare in modo di dare una risposta a tali bisogni.

La ricerca è basata sul rapporto funzionale tra utente e oggetto.

Nelle nostre analisi studiamo anche come l‘occhio si muove sui contenuti WEB. L‘utente deve trovare facilmente ciò che cerca con pochi click e non spulciare l‘intero sito.

È un lavoro che svolgiamo a 360° per l‘analisi della comunicazione digitale. Al termine di tale analisi si fa un report sulle azioni da mettere in pratica per l‘azienda che, riconoscendo un‘eventuale falla su cui intervenire, decide di affidarsi a noi.


D: Quindi è tutto un lavoro di WEB marketing cognitivo.

 

R: Sì, è un ponte tra il marketing tradizionale e il marketing moderno. Si adottano regole del marketing classico applicate al digitale utilizzando le teorie antropologiche e psicologiche.

Negli anni sono sorte nuove tecniche sulle quali si può lavorare.

C‘è ad esempio la “teoria della scarsità” secondo la quale si adotta la scadenza di un‘offerta o un numero limitato di pezzi da vendere e la sensazione di poter perdere un affare, spinge l‘acquirente a desiderare qualcosa che potrebbe esaurirsi in breve tempo.

Contribuisce non poco la viralità in queste operazioni che con il WEB si diffonde in tempi velocissimi via condivisioni tra gli utenti.

 

«Nessuno si preoccupa più di tanto degli utenti: l‘analisi di mercato così come viene fatta oggi, è solo tecnica di matrice economica. Quello che cerco di fare, è portare lo studio delle persone all‘interno di questi processi: ci sono gli analisti che indagano gli utenti, ma con metodiche obsolete. Il consumatore digitale è sofisticato, rispetto al passato le cose ce le cerchiamo da soli: oggi chiunque è in grado di comparare i prezzi sul web, di conseguenza un‘azienda deve essere attenta a capire qual è il valore che deve tirare fuori. Deve vendere soluzioni, prima ancora che oggetti. E le aziende italiane, purtroppo, non sono ancora in grado di compiere questo passaggio».

  

D: Quando qualcosa può diventare virale?

 

R: Ci sono due condizioni di base: autorevolezza e affettività. Capacità di mettere una storia che inneschi un trasporto narrativo che tocchi le corde profonde del consumatore.

I contenuti devono essere spontanei e non artefatti affinché la combinazione chimico/cognitiva possa riuscire.

Ci sono cose da tener presente per i contenuti e non solo per quelli che si vogliono diventino virali. Ad esempio l‘occhio si abitua a video ridondanti. Il gesto di scorrere su Tik Tok è automatico e solo se di primo impatto ci si accorge che c‘è qualcosa di diverso, ci soffermiamo.

A volte non serve mostrare bei contenuti, bei video o foto realizzate professionalmente, ma conta la spontaneità del contenuto. Qualcosa che possa empatizzare con l‘utente rendendolo partecipe di un certo contesto.

E comunque l‘utente ormai ha una certa esperienza nell‘individuare qualcosa di artefatto, un “pacco” come diciamo a Napoli.

 

D: Esistono nuove tecniche e strategie per differenziare la promise e il benefit di un‘azienda?

 

R: Secondo me no. Rispetto al passato molte tecniche sono state abusate e molte persone ci sono cascate, ma l‘utente è diventato più scaltro come già detto.

I consumer, o meglio, gli acquirenti sono diventati più impermeabili ai proclami. Messaggi pomposi in cui si vedono grandi sale riunioni, mega corporation che ostentano potenza di immagine… è tutto finito rispetto al passato. Si punta alla spontaneità, dicevo. Si cerca la genuinità delle cose.

Il messaggio neutro, pulito, fresco viene più apprezzato dalla gente.

E serve sempre qualcuno esperto che sappia come semplificare i messaggi. Sia per la sola cura del brand che per un servizio o prodotto.

Partecipa al Gruppo di lavoro per l‘Usabilità dei siti web delle PA presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Alla consulenza strategica web per le aziende affianca l‘attività di docenza presso Ilas, IPE, Unisob, Luiss Guido Carli e Unina.


D: Penso che siamo in una società in cui i target sono frammentati e non esistono più le cosiddette “otto italie” teorizzate dal sociologo Giampaolo Fabris nel 1986. Come si fa a studiare la psicologia del consumo digitale in tale contesto?

 

R: Non esiste una strategia di mercato valida per tutti, ma ne esistono tante. Però persone differenti possono provare lo stesso bisogno. Un modello di smartphone era uno status per una certa nicchia di mercato ma poi è diventato un articolo usato da qualsiasi strato sociale.

Con le campagne Google si riescono a differenziare per parole chiave i contenuti che sono poi indirizzati a target specifici. Dietro l‘utilizzo di determinate key-words si possono infatti scavalcare determinate cerchie di consumatori raggiungendo solo quelli che all‘azienda interessano.

L‘abbinamento di più parole chiave ovviamente sono suggeriti dalla ricerca e analisi dei dati.

Inoltre è utilissimo leggere i commenti sui post delle pagine aziendali su Facebook per capire le parole chiave più utilizzate nel lessico comune di determinati utenti.

Se in un commento mi poni l‘accento su un prodotto, io posso individuare parole che magari non rientrano tra quelle più quotate nelle statistiche di Google.

 

D: Dici che le piccole e medie imprese non hanno uffici preposti per il marketing. Da cosa dipende secondo te? Anche se le aziende devono prevedere nel budget questo ufficio, non credi che preferiscano destinare il denaro ad altri settori?

 

R: Le PMI hanno 250 dipendenti al massimo, con un fatturato annuo che può raggiungere i 50milioni.

L‘impresa italiana, specie al Sud, è molto rigida per quanto riguarda gli investimenti di marketing. Il capo, l‘Amministratore Delegato non sempre è in grado di capirne l‘importanza. Manca proprio la cultura del marketing.

Poi succede che quando l‘azienda inizia a perdere la governance forse è già tardi per recuperare.

Queste aziende sono quelle che rischiano di entrare nella tipologia che io definisco “last minute”: clienti che sperano di recuperare il fatturato perso negli ultimi anni.

E poi ci sono anche clienti “pronto soccorso”: quelli che stanno perdendo fatturato e chiedono aiuto.

Ogni giorno ci sono circa 250milioni di ricerche su Google. Significa che tra quelle ricerche potrebbero esserci consumer che già stanno cercando qualcosa che potrebbe avere un‘azienda in difficoltà che non investe in WEB marketing.  L‘imprenditore deve fare in modo di farsi trovare ma dovrebbe studiare in rete per individuare persone che lo aiutino.

Se ciò non accade a volte si verifica un fenomeno paradossale: ci sono aziende che acquistano i prodotti all‘ingrosso da quelle in difficoltà a prezzi stracciati per rivenderli online. Non fabbricano, non producono, fanno solo da rivendita con prezzi concorrenziali rispetto alle aziende stesse dove hanno acquistato.

 

Manca una conoscenza approfondita del ruolo del consumatore, tante aziende non hanno nemmeno capito quale social cavalcare, su quali strumenti puntare. Le imprese non sanno esattamente cosa devono fare e si affidano al primo che capita, spesso perdendo solo tempo: e nel frattempo, si sono persi clienti e in generale fette di mercato difficili da recuperare. Chi governa le aziende dovrebbe immedesimarsi nel ruolo dell‘utente, mettersi dall‘altro lato della barricata.

 

D: Le aziende sono pronte a conoscere “i freddi dati dei numeri” per capire le esigenze dei consumatori?

 

R: Potrebbero essere pronte ma devono predisporsi in maniera differente. I dati di una campagna l‘imprenditore può imparare a leggerli.

Se ad esempio facciamo dei report dei dati di Google Analytics, semplifichiamo il tutto con delle relazioni scritte in linguaggio accessibile scremando la terminologia tecnica. Data-telling.

Perché non è bello ritrovarsi a fare dei mini-corsi al cliente.

Anche per quanto riguarda il rispetto di tutta la parte giuridica, come ad esempio il GDPR (il Regolamento europeo della privacy digitale), c‘è un forte gap. Da un lato, c‘è l‘inconsapevolezza da parte di molti imprenditori dell‘importanza dei dati, dall‘altro lato molti avvocati non hanno ancora le giuste competenze in merito. E c‘è di più: le leggi sono purtroppo soggette a interpretazioni piuttosto larghe.


D: Un‘ ultima domanda riguarda la tua esperienza come docente nel Master di Social Media e Web Marketing della Ilas. È forse la domanda che sembra essere sulla bocca di tutti ma che nessuno osa mai pronunciare: non temi, con l‘insegnamento, di trasferire esperienze, trucchi del mestiere, saperi che possano farti ritrovare concorrenti nel tuo mercato?

 

Pensa che se ogni anno nascessero 1000 agenzie di comunicazione digitale, il numero sempre crescente di potenziali clienti sarebbe "scoperto" in ogni caso.

Ogni attività e professione richiede competenze digitali, c‘è spazio per tutti. In aula diventiamo colleghi; essendo più grande d‘età, generalmente i ragazzi si riferiscono a me per avere consigli anche dopo il master. 



CHI È JOSE COMPAGNONE

José Compagnone è un antropologo digitale, nasce a Napoli nel 1975 e da oltre 20 anni si occupa di comunicazione digitale. Ricercatore e autore, è l’ideatore di un innovativo metodo per la valutazione dell’esperienza che gli utenti compiono online, descritto nel libroWhat User Want – Web Usability 3.0. Partecipa al Gruppo di lavoro per l’Usabilità dei siti web delle PA presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Alla consulenza strategica web per le aziende affianca l’attività di docenza presso Ilas, IPE, Unisob, Luiss Guido Carli e Unina.





IL SEMINARIO


30 Giugno 2023

NH Hotel Napoli PANORAMA


"Customer mindset: capire i clienti nell’era digitale"

SEMINARIO GRATUITO


RELATORE

Jose Compagnone


ORARIO

Dalle 16:00 alle 18:30 


LOCATION

NH Hotel Panorama, via Medina, 70 Napoli

 


PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA

L’evento è gratuito e a numero chiuso. Verranno accettate le prime 100 prenotazioni. Per prenotare occorre compilare il form cliccando il seguente link:


Prenota il seminario

21.02.2023 # 6215
TikTok testa una nuova funzionalità per acquisti In-App

Alfonso Cannavacciuolo //

Il mestiere di scrivere e l’Intelligenza Artificiale: il futuro di copywriter, SEO copywriter, traduttori e business writer.

I computer hanno iniziato a scrivere e lèggere e stanno rubando il mestiere a copywriter, correttori di bozze, traduttori, giornalisti e scrittori.

Quando si parla di scrittura, fotografia, grafica e altre professioni creative, esce sempre fuori una domanda: l’Intelligenza Artificiale, mi ruberà il lavoro? Per esempio, chi come me fa il copywriter, da anni si chiede se i computer scrivono meglio di un professionista della scrittura e quindi potranno “rubargli il lavoro”.



Secondo me questa domanda non è sbagliata, ma ormai superata. Da anni, infatti, i computer hanno iniziato a scrivere. Non molti lo sanno ma intere sezioni di giornali, e-commerce, blog e post sui social sono scritti in tutto o in parte da I.A. Decine di software si sono specializzati nella scrittura di testi di ogni tipo anche se è solo dopo il lancio di Chat GPT che questa possibilità è stata scoperta da tutti. Quindi, quella che sembrava una possibilità riservata solo a pochi editori è diventata per tutti: chiunque oggi può chiedere a questa I.A. di generare qualsiasi tipo di contenuto, in tempo reale e a costo (quasi) zero.

A questo punto, la domanda non è più se i computer scriveranno come un copywriter, redattore e giornalista, perché già lo fanno. La domanda fondamentale diventa se tu, in quanto professionista della scrittura, riesci a tenere il passo di questi software. Cioè se hai ancora una funzione o puoi essere sostituito da una macchina che scrive. Quindi, la domanda a cui cercherò di rispondere è questa:



L‘Intelligenza Artificiale non risparmierà nessuno 
Immaginate l‘insieme del mondo del lavoro come un paesaggio visto dal mare: davanti a voi c‘è la costa con la spiaggia e subito alle spalle la città; indietro le case diventano più rare e i palazzi lasciano spazio alla pianura, che si alza verso la collina e poi diventa montagna. Immaginate ora l‘intelligenza artificiale, i software, le macchine intelligenti, come una specie di innalzamento del livello del mare che pian piano sommerge tutte le professioni. 
 
Dove mettereste il vostro lavoro in questo paesaggio? Siete in pericolo perché lavorate sulla costa o siete al riparo in un rifugio di montagna? E anche se ora vi sentite al sicuro, quanto tempo ci metteranno i software ad arrivare da voi?  


 
Questa terribile ma efficace rappresentazione è il paesaggio delle competenze di Hans Moravec, studioso di intelligenza artificiale (I.A.), futurologo, in assoluto uno che (dagli anni ‘50) ha capito meglio di tutti dove stiamo andando come umani. Se siete curiosi di sapere quali competenze sono già state inondate e quali lo saranno presto, date uno sguardo all‘immagine che segue. 



Il panorama delle competenze di Hans Moravec. 


 
Dagli anni ‘50, ormai, i computer hanno cominciato ad aiutarci o sostituirci in alcune professioni. Ci aiutano a immagazzinare grandi quantità di dati, nelle operazioni matematiche, nel riconoscimento della voce, nelle traduzioni. I computer hanno eliminato contabili, bigliettai, controllori dei treni, negli ultimi anni anche i conducenti dei treni. Le cassiere dei negozi e molti bancari hanno subito i contraccolpi dei negozi online e delle banche in rete. Negli ultimi anni la marea si è alzata sommergendo la finanza (in cui l‘uso di algoritmi è ormai preponderante) e ora sta bagnando i piedi ai lavori legati alle auto (guida autonoma). Le professioni della creatività, che sembravano intoccabili solo qualche anno fa, sono oggi anch‘esse sotto attacco dell‘intelligenza artificiale. I computer hanno iniziato a scrivere, lèggere, generare immagini, film, fumetti e altro. 
 
I computer non sanno scrivere. O forse sì. 
Per la scrittura si è riproposta, anche in modo violento, la contrapposizione tra due scuole di pensiero. Chi ritiene che l‘Intelligenza artificiale distruggerà molte professioni della scrittura creando nuova disoccupazione intellettuale; e chi, invece, ritiene che questo tipo di algoritmo elimini solo il lavoro ripetitivo, poco gratificante e comunque costoso permettendo a giornalisti, copywriter e redattori di concentrarsi su quello che sanno fare meglio: raccontare storie nuove, con una scrittura più umana e meno meccanica. Sarà effettivamente così? 


 
NLP: computer che comprendono il linguaggio umano. E scrivono pure. 
Poi sono arrivati i computer con i software di NLP. (Natural Language Processing). Senza voler complicare le cose, serve solo sapere che i software per l‘elaborazione del linguaggio naturale permettono a un computer di comprendere le informazioni scritte o parlate in una lingua naturale. Una volta compresa la lingua, il computer può provare a riprodurla, quindi scrivere o parlare. Un traguardo che sembrava lontanissimo poco tempo fa e che invece oggi è realtà. Vediamo come questi software stiano già facendo fuori molti lavori. 
 
Conoscete un correttore di bozze? Io sì: siamo tutti noi. 
Questa professione ha cominciato a subire i primi colpi già 20 anni fa con le prime versioni di Word e altri programmi di videoscrittura. I sistemi di correzione interna sono passati dalla semplice indicazione in rosso delle parole scritte in modo sbagliato ai suggerimenti sulle frasi troppo complesse, i vocaboli difficili e suggerimenti più invasivi sulla grammatica. Alcune startup, tra cui Grammarly stanno investendo sulla I.A. per offrire un servizio di correzione in qualsiasi momento della nostra presenza in rete: quando scriviamo una e-mail, un post su Facebook o in qualsiasi testo scritto nel web. Word aveva cancellato il lavoro di dattilografa, poi ci ha trasformato tutti in correttori di bozze. 
 
Cosa non potranno fare i computer? 
Il correttore di bozze, inteso come persona che cerca refusi e sviste nel testo apportando piccole modifiche, è una professione destinata a scomparire. 

 
Il futuro del traduttore 
Una delle professioni “sotto attacco” ormai da molti decenni. I traduttori già da decenni usano software per tradurre in modo approssimativo grandi quantità di testi da sottoporre poi alla revisione finale dei traduttori umani. Applicazioni come Babelfish stanno “democratizzando” questa possibilità promettendo a tutti di comprendere qualsiasi cosa sia scritta in una lingua non propria. Questi software basano la propria forza sulle strutture delle lingue che si assomigliano molto. Traducono le singole parole, ma avendo in archivio milioni di frasi standard comuni a tutte le lingue riescono a tradurre espressioni simili abbastanza facilmente. Progetti come Google Translate, inoltre, migliorano grazie al contributo quotidiano di milioni di utenti che segnalano gli errori di traduzione e/o interpretazione del software. Anche Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp) sta lavorando a un software che permetta la traduzione in tempo reale in tutte le lingue dei vocali. 



Cosa non potranno fare i computer 
Qualche test veloce con Translate di Google ci fa capire che le macchine sono ben lontane dal rendere fedele la traduzione da una lingua ad un‘altra. Miglioreranno molto velocemente per frasi standard, non complicate. Quindi la traduzione di semplici testi sarà in futuro affidata soprattutto agli algoritmi con poco o niente intervento umano. Altro discorso è la traduzione di opere letterarie, testi tecnici e con vocabolari specifici, la localizzazione dei testi da una cultura a un‘altra. Queste sono operazioni molto complicate per un umano, figuriamoci per una macchina. Il contesto della lingua, i significati nascosti e le sfumature sono importanti nella traduzione. E i computer non sono bravi con le sfumature. 


 
Il traduttore automatico di Bing che va in crisi con la parola FAN. 


 
Il futuro del copywriter 
Negli ultimi 10 anni si è definito copywriter non solo chi scriveva per la pubblicità (annunci e spot), ma anche chi scrive post sui social, articoli per riviste online e un‘infinità di altri strumenti. In molti casi, però, questi non sono lavori da copywriter ma da redattore, giornalista, curatore, business writer. Per il futuro di queste professioni, quindi, rimando a quanto scritto in precedenza e nei paragrafi successivi. Basti solo sapere che Goldman Sachs ha investito 10 milioni di dollari in una startup di nome Persado che promette di fare fuori tutti i copywriter, partendo dalla scrittura di campagne pubblicitarie online. Piattaforme come Articoloo, copy.ai, Jasper, scrivono testi in 5 secondi a partire da un semplice titolo. E anche alcune startup italiane stanno investendo in A.I. con l‘obiettivo di ridurre i costi in copywriting (già molto bassi) delle aziende italiane. 




Un testo incomprensibile scritto da un software a cui è stata chiesta una guida di Napoli. 
 
Cosa non potranno fare i computer
Dobbiamo prima intenderci su cosa intendiamo per copywriter. Se restringiamo la definizione di questa professione alla parte creativa della pubblicità, il copywriter sarà salvo ancora per un po‘ di tempo. La creatività umana, al momento, sembra essere una delle poche cose che le macchine continueranno ad invidiarci ancora per molti decenni. Se invece allarghiamo la definizione di questa professione, come sembra stia accadendo negli ultimi anni, molti copywriter dovranno ripensare la propria attività. Però, giusto per essere ancora più chiari, scrivere una headline come “10 modi incredibili per perdere peso” non può più essere considerato un titolo creativo e le macchine sanno scriverlo e variarlo in 100 alternative in pochi secondi. Per creatività intendiamo una soluzione mai pensata prima, un‘associazione di concetti che solo un cervello umano riesce a generare in modo nuovo, insolito, incomprensibile a un computer. 
 

Il futuro del web e SEO copywriter
Alibaba (il più grande e-commerce del mondo) ha sviluppato una piattaforma di copywriting in I.A. Questo strumento “impara” dai milioni di esempi di alta qualità disponibili on line per creare nuovi testi. In pratica copia e trasforma testi già esistenti per creare un testo nuovo di zecca. Può scrivere fino a 20.000 parole al secondo. La scrittura di testi semplici come schede prodotto e descrizioni di hotel è quindi già possibile con algoritmi come Labsense, che crea testi personalizzati, ognuno diverso dall‘altro. Per quanto riguarda la scrittura ottimizzata per il posizionamento sui motori di ricerca (SEO) è una delle professioni a più alto rischio di estinzione. Google investe da tempo in I.A. e N.L.P che sono già operative nelle attuali versioni del motore di ricerca. Non servono più copywriter per imbottire i testi con le parole chiave e nei prossimi anni non servirà più ottimizzare title, description e H1. 
 
Cosa non potranno fare i computer 
I vecchi SEO copywriter sono diventati inutili già da un po‘. Servono e serviranno sempre più in futuro, persone capaci di scrivere testi di qualità editoriale e trattare un argomento in modo completo, efficace e autorevole. Tag H, title, description diventano sempre più dei pezzi di codice (snippet) che Google si genera da solo. Più Google comprenderà il linguaggio umano, più questa professione assomiglierà a quella di un autore tradizionale. Così i SEO copywriter scompariranno e resteranno solo bravi autori di testi. 


 
Il futuro del business writer 
Il business writer lavora sui testi aziendali per renderli efficaci, comprensibili, chiari e diretti: usa soprattutto lettere, brochure, e-mail ma anche siti web che non hanno fini pubblicitari. Diciamo che è un copywriter meno vanitoso. Siamo tutti business writer perché tutti scriviamo per lavoro. Molte persone, però, hanno fatto della scrittura la propria professione. Se quindi con business writer ci riferiamo a una persona che si limita a “pulire” i testi, togliere gli errori e accorciare un po‘ le frasi, i computer hanno già vinto. In molti settori sono già stati sostituiti: tutti gli algoritmi finora citati fanno un egregio lavoro di creazione di testi in cui tradizionalmente lavora uno scrittore professionale. La professione, quindi, è a forte rischio. 
 
Una scheda prodotto scritta dal software di Jasper. 


 
Cosa non potranno fare i computer 
Dipende cosa intendiamo per questo lavoro. Se ci riferiamo a un business writer che lavora in un settore specifico, con un vocabolario tecnico e non si limita a correggere gli errori ma conferisce alla scrittura aziendale uno stile riconoscibile, con un tono di voce riconoscibile, un livello di formalità adatto al destinatario e uno stile di scrittura unico e riconoscibile, allora le macchine sono indietro. Le macchine fanno cose standard, non amano essere diverse, le aziende sì. 


 
Il futuro del giornalista 
Già da diversi anni aziende come Narrative Science forniscono ai giornali articoli di giornale basati su algoritmi che usano un ampio numero di frasi standard e dati estratti dai big data per elaborare in tempo reale articoli di questo tipo. “L‘indice MIB della Fiat Spa continua a crescere ormai da 3 settimane. Nella seduta di oggi è cresciuto del 3% rispetto a ieri guadagnando circa 12 centesimi ad azione”. In grassetto le frasi standard integrate dai dati che l‘algoritmo estrae dalle fonti numeriche quotidiane. Questo tipo di algoritmo rende ormai superato il lavoro ripetitivo dei corrispondenti di molti settori: finanza, politica, sport e altri settori con una scrittura facile da imitare perché ripetitiva. Nel 2013 il Washington Post, di proprietà di Jeff Bezos (Amazon), ha fatto un enorme passo avanti: i dati non sono più semplicemente aggiunti a modelli con frasi standard ma ha creato dei modelli di articolo con un‘impostazione di tipo narrativo, proprio come li scriverebbe un bravo inviato sul campo. Nel 2017 Heliograf, così si chiama l‘algoritmo, ha scritto 800 articoli su 500 aziende americane portando circa 500.000 visite al sito del Washington Post. 
 
Cosa non potranno fare i computer 
Andare per strada, cercare le storie, metterci la passione e il calore umano, scrivere sapendo che dall‘altra parte dello schermo o del foglio c‘è un uomo. Per una macchina una strage è solo un numero di morti e feriti, un terremoto solo una magnitudo e un insieme di danni. Le macchine non hanno sentimenti e non li avranno mai, quindi non li esprimono. Chi legge vuole ritrovarli nei testi perché lui direttamente o i suoi simili hanno vissuto qualcosa di umanamente significativo. Se chi scrive non riesce a trasmettere questa umanità, non è un uomo ma una macchina, quindi il suo ruolo è sostituibile da un computer, forse anche a ragione. 
 
Il futuro dello scrittore di romanzi, poesie, racconti 
Lassù, sulla cima più alta della montagna del nostro paesaggio delle competenze, ci sono gli scrittori di libri, poesie e racconti. La marea dell‘intelligenza artificiale non li sfiora neppure ma negli USA, in Giappone e in altre parti del mondo, sono al lavoro gruppi di scienziati per addestrare gli algoritmi a creare racconti e romanzi sulla base di sceneggiature preimpostate. 
 
Buio 
come un‘anima di Cristo 
 
e tu lo dici 
poeta sentimentale 
fra i pianti 
e le pupille ferme 
nell‘ombra. 
 
una raccolta di poesie scritte da PoAItry, un‘Intelligenza Artificiale educata da Michele Laurelli all‘arte di esprimere emozioni attraverso la nostra lingua. Una rete neurale che conosce la licenza poetica, diciamo così. 
 
Dopo di che, la macchina inizia il suo processo di apprendimento attraverso la rete neurale ricorrente, leggendo avanti e indietro il testo per circa 5000 volte. Poi, una volta che il vero apprendimento è stato fatto, si crea un nuovo dataset, che è quello che conosce la macchina. Il passaggio successivo è quella della produzione della poesia. Per farlo, è necessario dare all‘Intelligenza Artificiale una parola o una frase da cui partire. Ed è anche molto romantica l‘idea che una macchina possa aver bisogno di un punto di inizio. 
 
La fine della scrittura umana? La specie creativa 
Il linguaggio umano resta un mistero. Gli studiosi ancora si scontrano sulla sua definizione dividendosi in scuole di pensiero più o meno litigiose. La capacità infinità di creare significati sempre nuovi semplicemente usando poche lettere e suoni non è replicabile dalle macchine. La comprensione del contesto in cui la lingua nasce, si modifica e si esprime è un baluardo che forse le macchine non riusciranno a superare ancora per molti secoli, forse mai. Le macchine non inventano, si limitano a riprodurre dati creati dagli uomini. Giochi di parole, doppi sensi, umorismo, ironia, sarcasmo, sfumature, sono solo alcuni degli elementi che l‘intelligenza artificiale non può comprendere. Tutto quello che rende umana la lingua per le macchine non ha significato. Se facciamo un uso consapevole ed evoluto di questo straordinario strumento, i computer per quanto intelligenti non possono raggiungerci. Per tutto quello che è standard e ripetitivo, invece, non c‘è speranza: sono più veloci, economici, non vogliono le ferie e non scioperano. Dobbiamo imparare, o tornare, a scrivere come uomini e non come macchine.  
 
Scritto da un umano ❤️ 
Immagino un futuro in cui alla fine di un testo ci sarà scritto:  
Scritto da un umano, con un cuoricino accanto, così come oggi scriviamo Made in Italy, Artigianale, BIO o spremitura a freddo sull‘olio d‘oliva. Qualcosa che darà valore a una cosa così straordinariamente umana. 
 

13.09.2022 # 6128
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Marco Maraviglia //

The Queen, una Regina POP che non ha lasciato nulla al caso

Comunicazione, look, battute in pubblico, persino uno spot pubblicitario. Alcuni elementi che hanno reso popolare Lilibet. Un caso da studiare

“London Bridge is down”. E inizia l‘Operazione London Bridge, il protocollo di tutte le fasi ampiamente preorganizzate per i funerali della Regina. Perché nulla è mai stato lasciato al caso. E non lo saranno nemmeno i dettagli del funerale di Lilibet, come veniva chiamata dai più cari.

 

Abiti dai colori sgargianti che, se messi accanto in un guardaroba, apparirebbero come una mazzetta di colori Pantone. Un outfit specificamente creato per essere identificabile facilmente dai bodyguard, si dice, ma ovviamente anche dalla gente. Cappelli con decorazioni floreali e con colori coordinati agli stessi abiti. Foulard da campagnola annodato sotto il mento durante le sue passeggiate a cavallo in quel di Windsor.

Quel saluto con la mano, unico, che è entrato nell’iconografia di souvenir turistici: pupazzetti con mano mobile esposti nelle vetrine di Portobello road.

Borsetta sempre nera al seguito che la rendeva una donna normale con le sue cose più essenziali da tenere sempre con sé.

La Regina Elisabetta II indubbiamente è stata un’icona POP senza eguali negli ultimi cento anni.

 

Una questione di cura del brand? Sembrerebbe di sì.

L‘inizio della gestione del suo brand inizia durante i sedici mesi di preparativi per il giorno dell‘incoronazione. Il duca Filippo di Edimburgo, il marito che fu supervisore dei dettagli della celebrazione, sembra che volle fortemente che l‘evento avesse un impatto mediatico facendo entrare le telecamere della BBC e suggerendo alla regia i punti di vista più adeguati. L‘allora premier Churchill lo sconsigliò, ma l‘ultima parola fu della regina. E tutto il mondo per la prima volta visse in tv, se pur in differita, l‘incoronazione di un reale come una favola che si materializzava. Settanta anni fa. Mese più, mese meno.

 

Per Elisabetta II tutto è andato bene. O perlomeno questa è la percezione della massa. Con alcune decisioni prese senza far rumore. Con la sensazione che ogni sua scelta fosse la più giusta. Quando, fuori dai cancelli di Buckingham Palace, andò tra la gente che deponeva omaggi floreali per Lady Diana, una signora le porse dei fiori ma Elisabetta le disse che dovevano essere per “lei, Lady D” e così le controversie sul suo rapporto con la nuora furono accomodate.

Non possiamo sapere se si trattò di una scena costruita a tavolino. I più maliziosi possono pensarlo.

Perché è il brand, costruito o meno, che conta. E scandali piccoli e grandi a corte passano sempre in secondo piano.

Consapevole del potere di comunicazione dell‘immagine, nel 1970 concede alla BBC di riprendere alcune scene della vita familiare di Buckingham Palace. Entrare in questo modo diretto nelle case contribuì ulteriormente alla sua popolarità.

Nel 1965 i Beatles vengono insigniti del titolo di baronetti. E così anche Angelina Jolie, Elton John, Mick Jagger, Liz Taylor, Emma Thompson, Steven Spielberg, Bono Vox, Rod Stewart e tanti altri hanno avuto onorificenze direttamente dalla regina Elisabetta II.

Circondarsi di personaggi noti del mondo dello spettacolo, a livello internazionale, non fa che aumentare la popolarità su altri canali. Entrando nell’immaginario dei fan che non seguono abitualmente le vicende politiche. E si crea una sorta di transfert di popolarità reciproca. Amplificandola.

Nessun “rumore legale”. La satira non è mai condannata. Stare allo scherzo è caratteristica delle persone intelligenti. E così, guardando i dipinti di George Condo che la ritraggono in maniera ironica, caricaturale, sdentata, aspetto paonazzo, è probabile che abbia solo sorriso.

 

È stata tra i personaggi che, con la sua effigie, ha occupato più copertine di riviste internazionali.

Nell‘aprile 2022, in occasione dei 70 anni di regno, Vanity Fair le dedica tre copertine diverse tratte dall‘opera in serigrafia Reigning Queens del 1985 realizzata da Andy Warhol. Opera poi acquistata dalla Royal Collection arricchendo la collezione privata nel castello di Windsor.

Un’opera, quella di Warhol, che riproduceva una fotografia di Peter Grugeon fatta a sua Altezza nel 1975 e utilizzata durante il Giubileo d’argento nel 1977.

 

Il 26 febbraio 1952 Dorothy Wilding realizzò il primo servizio fotografico ufficiale per Elisabetta.

I fotografi hanno avuto un gran ruolo per la comunicazione verso il pubblico, in termini di brand. Quelli che realizzarono ritratti ufficiali della regina sono stati Stirling Henry Nahum (Baron Studios); Cecil Beaton che riuscì a restituire immagini glamour e non austere e “politiche” e così conquistandosi il titolo di baronetto. Poi ricordiamo Antony Charles Robert Armstrong-Jones che sposandosi con Margaret, sorella della regina, ebbe l’occasione di ritrarre scene di vita familiare nella casa reale.

E poi ancora Donald McKague, Anthony Buckley, Annie Leibovitz.

David Bailey, noto fotografo di moda, la immortalò nel 2014. Fotografia in bianconero che lei preferiva perché “i colori distraggono l‘attenzione dal soggetto”.

 

Il rapporto con la fotografia era costante per Lilibet. Più volte in pubblico è stata immortalata con una Leica a tracolla. Usava anche una cinepresa. In rete circolano foto in cui è ritratta nel momento in cui si “fa un selfie” con alcuni familiari. Segno dei tempi.

 

Un giorno chissà se vedremo le fotografie che ha scattato in tutti questi suoi anni la regina. Lei – non dimentichiamolo – è stata anche mamma, e poi nonna, ed è stata prima fidanzata e poi moglie. Conoscete fidanzate, mogli, mamme o nonne che non abbiano mai fotografato, per esempio, i loro cari, le vacanze, qualche gita o candeline che venivano spente? Io non ne ho conosciute.

- Giovanni Ruggiero, fotogiornalista

 

Elizabeth II è stata protagonista in film cinematografici interpretati da Emma Thompson in una serie della BBC, da Helen Mirren (The Queen, 2006) e, ancora, The Crown la serie di Netflix che per quattro stagioni ha ripercorso tutta la sua storia con fatti realmente accaduti e leggermente romanzati. Fino allo spot Happy and glorious per pubblicizzare i giochi olimpici del 2012 a Londra, dove interpreta se stessa al fianco di Daniel Craig, il James Bond dell’epoca. E non sono mancate sitcom dove gli sketch prendevano in giro i comportamenti della regina e i protocolli reali.

 

Lilibet è stata una donna che sapeva come viaggiare nei tempi che ha vissuto ponendosi sulla stessa lunghezza d’onda. Senza farsi scalfire da critiche o canzoni di protesta come God save the queen dei Sex Pistols. E così non è mai apparsa agli occhi del mondo antiquata, eccessivamente monarchica o una nonnina ingenua.

Tutto ha contribuito alla sua popolarità. In comunicazione si chiama image making e il guru del marketing Philip Kotler ci potrebbe scrivere un libro intero analizzando tutte le operazioni che hanno contribuito a rendere POP la regina Elizabeth II: il look, la scelta delle foto ufficiali, il canale Twitter usato personalmente nel 2014 (@BritishMonarchy, ma non c’è più), le battute in pubblico, i rapporti con i VIP…

 

Dio non ha salvato la regina. Si è salvata da sé. Perché ha saputo gestire il suo brand fino alla fine. E non con scelte inconsapevoli.

 

© Marco Maraviglia

Foto di copertina: Elisabetta II a Berlino – 2015. Fonte Wikimedia 

31.05.2022 # 6070
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Paolo Falasconi //

Creative Commerce, il futuro della pubblicità è servito

Questo è il cambiamento più importante in pubblicità dopo la rivoluzione digitale

Se c'è una cosa che il tempo in questi ultimi due anni ci ha aiutato a focalizzare, e la pandemia ad evidenziare ancora di più, è che nel mondo della comunicazione pubblicitaria il consumatore in quanto persona e non acquirente, è la figura chiave intorno a cui concentrarsi.

Indipendentemente forse da ciò che il mercato avrebbe voluto, è emerso chiaramente il bisogno delle persone di ricalibrare il proprio stile di vita in funzione di una maggiore attenzione alle interazioni e alla qualità del tempo investito in una qualunque attività.

In termini più concreti questo si potrebbe tradurre come una aumentata propensione alla partecipazione diretta, più immediata, maggiormente orientata a favorire l'interazione fisica possibilmente reale e, dove possibile, anche virtuale sfruttando la tecnologia.

La customer experience ha assunto una importanza fondamentale per garantire il giusto grado di connessione tra il brand e il consumatore e la necessità di garantire la continuità nell'accesso ai beni e ai servizi ha spinto i marchi a dotarsi di piattaforme di e-commerce estremamente avanzate, oltre a curare in generale la UX in modo da eliminare eventuali filtri e passaggi non strettamente necessari per rendere l'esperienza complessiva più fluida e appagante.

L'aspetto più interessante però è che da un punto di vista della creatività, tutto questa tecnologia ha una importanza notevole per consentire alla comunicazione di fare un vero salto in avanti. Stiamo assistendo alla nascita di una nuova fase per la comunicazione pubblicitaria.

Così come appare oggi chiaramente, il commercio non è più solo una questione di transazioni economiche ma rappresenta una grande opportunità per i brand che, sfruttando la tecnologia, possono sperimentare nuove forme di commercio che pongono al centro l'esperienza d'acquisto, e lavorano per costruire nuove interazioni.

Se da un lato il mondo è cambiato, la maggior parte del business pubblicitario sta facendo fatica ad andare avanti, ma la direzione è decisa. Le aziende più innovative si stanno già muovendo per reclutare persone altamente creative capaci di interpretare questi bisogni, schierando nuove competenze e aprendo posizioni per ruoli più complessi e per certi versi meno codificati e più "disordinati".

Il Creative Commerce rappresenta il futuro prossimo su cui si giocherà la carta della creatività interconnessa con la tecnologia e la cultura, per produrre una esperienza del tutto nuova in cui marchio e consumatore sono estremamente vicini.

Per capire di cosa stiamo parlando un ottimo esempio è la campagna DIESEL "Enjoy before returning" di Publicis Italia, vincitrice del Leone di Titanio a Cannes nel 2021, che ha visto un coinvolgimento dei social e di diversi mezzi per raccontare del Wardrobing (cioè l'acquisto e poi la restituzione di un capo dopo averlo indossato). Tutto il concept è costruito per coinvolgere tanto l'acquirente quanto il brand senza soluzione di continuità ed è pensato con l'obiettivo di raggiungere un forte impatto commerciale, come in effetti è accaduto.

Mondo virtuale e mondo reale stanno convergendo rapidamente verso un unico luogo man mano che la tecnologia aprirà nuovi modi per connettersi e i consumatori oramai si aspettano il vantaggio aggiuntivo di una esperienza dove l'aspetto commerciale è solo una parte del gioco.

Su questa base si stanno muovendo molti altri grandi marchi e in effetti il Cannes Lions si è attrezzato con un suo premio Creative Commerce Lions per celebrare proprio l'approccio creativo e immersivo dell'esperienza commerciale.    

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