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21.03.2024 # 6404
Le destrutturazioni di Francesco Chiarenza

Marco Maraviglia //

Le destrutturazioni di Francesco Chiarenza

Da scultore di marmo a scultore di fotografie

Francesco Chiarenza è nato a Comiso in Sicilia il 27 febbraio 1944 dove consegue l‘Attestato di Licenza in Decorazione Plastica. Con un gruppo di compagni si trasferì a Perugia per ottenere il diploma di Maestro d‘Arte in Marmo e Pietra. Successivamente vinse una borsa di studio per quattro anni per frequentare l‘Accademia di Belle Arti, ma vi rinunciò per seguire un corso di due anni all‘Istituto Statale d‘Arte di Napoli per conseguire il diploma di Magistero e poter insegnare.


Fu allievo dello scultore Lelio Gelli che lo tenne sotto la sua ala trasmettendogli tecniche e segreti della scultura.


Finalmente iniziò a insegnare: in Sardegna.

Tornò poi a Napoli per insegnare all‘Istituto Palizzi grazie a una segnalazione di Lelio Gelli. Per meriti.

Perché negli anni ‘60-‘70, per l‘insegnamento negli istituti d‘arte, c‘era bisogno della chiara fama.

Al Palizzi era docente di scultura dove insegnò la lavorazione di marmo e pietra. Andò in pensione come docente di disegno professionale e progettazione e con relativa direzione del laboratorio dove gli allievi realizzavano ciò che disegnavano.


Francesco Chiarenza fa parte di quell‘epopea di artisti che frequentava, e con alcuni sta ancora in contatto, come Vittorio Pandolfi, Aulo Pedicini, Eduardo Alamaro, Enrico Cajati, i fratelli Luigi e Rosario Mazzella, Gaetano Gravina. Un ricco serbatoio di energie e conoscenze condivise.

 

Nel frattempo fotografava con una vecchia macchina a soffietto, imparò la pratica di camera oscura per stampare le proprie foto in bianconero che scattava a sculture e oggetti di design.

 

Una vita da curioso e sperimentatore. Negli anni ‘70 disegna e realizza vetrate artistiche, oggetti di design, lampade, vassoi, specchi. Progetta giardini per alcuni amici fin quando negli anni ‘80 inizia a smanettare su un programmino della Apple per il ritocco delle immagini.

Oggi ha ottant‘anni di mente fresca che gli ha consentito di non perdere il treno delle tecnologie digitali.

 

Cominciò a usare il Photoshop e solo da qualche anno ha iniziato la sua ricerca di destrutturazione delle immagini fotografiche dopo qualche indicazione del figlio Stefano.

Chiarenza realizza immagini le cui composizioni richiamano gli effetti dei lavori di Agostino Bonalumi o, talvolta, quelli di Enrico Castellani.

 

Se non c‘è si può immaginare. Se non si vede si può osservare perché a volte anche l‘astratto può ingannare: potrebbe non essere astratto in senso lato. Ci sono figure astratte che nascono esclusivamente da un concetto basato sulla poetica di un artista, sul loro concetto espressivo, dalla pulsione emozionale dell‘artista. Ma possono esserci immagini indefinite, blur, che partono dalla realtà. Modificate, manipolate, smontate, destrutturate.

Non è importante che le fotografie destrutturate di Chiarenza partano da immagini di soggetti reali da lui scattate o di altri, scaricate dalla rete. Perché gli interventi di elaborazione digitale le trasformano per ottenere altre visioni. Interpretazioni che dilatano, contraggono scene, restituendo percezioni oniriche, come realizzate da un caleidoscopio anarchico.

Immagini che incuriosiscono, sulle quali ci si sofferma per cercare di intercettare elementi della realtà, stentare nel riconoscere un dettaglio di partenza. Come sogni che ricordi di aver fatto ma di cui non riesci a ricostruire la loro logica e la storia.

Mondi nuovi, come paesaggi di fantascienza o metafisici, colori elettrici, shocking, immagini dinamiche che suggeriscono un movimento in spazi indefiniti dove il primo piano a volte non è che lo sfondo.

È l‘immaginazione creativa di un 80enne che non cerca gloria ma è bello sapere che c‘è, come un “perfetto sconosciuto”.




03.04.2024 # 6406
Le destrutturazioni di Francesco Chiarenza

Marco Maraviglia //

Francesca Sciarra ‘Na topografia – La linea immaginaria

Gli indefinibili confini della Città Metropolitana di Napoli in mostra

Per questo progetto Francesca Sciarra ha percorso principalmente a piedi ma anche in bicicletta la linea di confine della Città Metropolitana di Napoli. A volte ritornando su alcuni luoghi.

 

Con le Città Metropolitana è come se si fossero buttate giù le cinte murarie immaginarie ma pur restando burocratiche tra città e province.

Costeggiando i confini dei quattordici comuni che circondano Napoli, coast to coast, da Bagnoli che confina con Pozzuoli al confine con il Comune di Portici, affacciandosi su Quarto, Marano, Melito, Mugnano, Arzano, Casavatore, Casoria ecc., Francesca Sciarra ha immortalato alcuni punti di questa linea “separatoria” a volte riconoscibile solo da indicazioni stradali. Dove non c‘è filo spinato a definire un confine, ma solo strade o i lati delle facciate di edifici. Quelli che affacciano sulla Città Metropolitana ma che in realtà appartengono al Comune adiacente. Sono zone in cui a volte possono esserci conflitti di competenza per lo spazzamento o forse per altri servizi.

 

È una storia fotografica di confini. Alla ricerca di essi e di una loro improbabile identità. Cercando di capire dove sono, quali sono, cosa definisce i confini. Quanto siano riconoscibili, se lo sono. Cosa cambia, se cambia qualcosa, tra di qua e di là delle coordinate GPS di un navigatore che indica dove ci si trova.

Il muretto di un villino, un recinto in lamiera, l‘accesso a un campo agricolo, un vecchio mercato abbandonato, elettrodotti aerei, tutto e nulla può trovarsi a cavallo della Città Metropolitana.

Cercavo recinzioni, cancelli e altri tipi di separazioni che potessero dare l‘idea del confine.

Ma ho fotografato anche edifici che mi colpivano, terre coltivate, elementi religiosi, cose strane come la barca in mezzo alla vegetazione incolta di Marano.


Il risultato è che le immagini, se non fossero abbinate ai dati GPS, mostrano l‘assenza delle differenze tra un Comune e l‘altro. Come se in realtà non esistesse un confine.

 

Questo di Francesca Sciarra è un lavoro che fa riflettere sul paradosso dei confini, potenzialità e la loro inutilità fisica.

In effetti i confini li abbiamo inventati noi uomini, incapaci di condividere lo spazio in cui viviamo.

Gli animali non mettono paletti, filo spinato, non disegnano cartine geografiche politiche o catastali.

Il confine limita. È un blocco sulle contaminazioni che invece sono quelle che possono evolversi in benessere collettivo.

Lo scambio di idee, di culture, in un contesto senza confini, rende la crescita più rapida. Libera. Se si avesse a cuore il bene comune e il rispetto dei propri simili. Condividendolo, senza sopraffazioni. Senza badare unicamente alla proprietà, al profitto. Ma questa è un‘altra storia.

 

La mostra, ‘Na topografia – La linea immaginaria, si svolge presso uno spazio polifunzionale accogliente e suggestivo di Ottaviano.

In una sala la cartina geografica con sopra alcune anteprime delle immagini applicate, rende la veduta di insieme del percorso effettuato da Francesca Sciarra.

Le fotografie sono state volutamente scattate in giornate con sole velato o con cielo grigio. Stinte, sbiadite, come quello stesso confine esplorato, indefinibile, immaginario, dall‘apparenza insignificante ma che racconta un macrocosmo di situazioni non dette, che ci sono ma impalpabili, ibride, anonime. Luoghi figli di un Dio minore.

È ‘Na topografia, ‘Na come “una” in napoletano o inteso anche come “Napoli”. Un rilievo topografico fatto senza teodolite, tacheometro, stadie e livelli, gli strumenti indispensabili del topografo, ma con l‘ausilio della fotografia e di coordinate GPS poste in calce alle stesse foto. Un racconto di confini ma ai confini di un limbo.

 

La Napoli che tutti conoscono, quella solare e mediterranea, quella rumorosa e folkloristica, persino quella nera e violenta, svanisce quando ci si avvicina ai confini, e si trasforma in un limbo anonimo, in una terra di nessuno di cui nessuno si cura. I paesaggi sono caratterizzati da qualcosa che manca, da spazi vuoti, da paradossi architettonici. La campagna, a tratti, insegue la città in un groviglio di muri, cancelli e recinzioni che non dividono più nulla.

 

 

Bio

Francesca Sciarra vive e lavora a Napoli. Ha iniziato giovanissima a fotografare e stampare in camera oscura. Dal ‘97 la fotografia è la sua professione.

Dalle news ai viaggi e al trekking, per 14 anni ha lavorato nel fotogiornalismo collaborando con varie testate e agenzie fotogiornalistiche, sia come autrice di testi sia come fotografa, diventando nel ‘99 giornalista pubblicista. Oggi si dedica alla fotografia di stock e documentazione geografica, e alla fotografia di famiglia.

Dal 2009 svolge attività legate alla fotografia all‘interno del collettivo Photonapoli da lei ideato.

Ha scritto più di cinquanta articoli nel campo geo-turistico per riviste di viaggio, monografie e guide tematiche. Ha partecipato a più di venti mostre fotografiche, tra personali e collettive.

La passione per il paesaggio urbano è il leitmotiv della sua ricerca personale.

 


 

‘Na topografia – La linea immaginaria

di Francesca Sciarra

Rassegna di fotografia al femminile Adrenaluna a cura di Tiziana Mastropasqua

ETC Officine Culturali

via Carmine 20, Ottaviano (NA)

dal 24 marzo al 21 aprile 2024

finissage 21 aprile ore 11.00

visitabile su prenotazione telefonando al 371 6313548



21.02.2024 # 6394
Le destrutturazioni di Francesco Chiarenza

Marco Maraviglia //

DRAMA. Cesare Accetta, un manipolatore della luce in mostra

Dopo otto anni dall‘ultima mostra, torna Cesare Accetta. Al Blu di Prussia

Fino al 6 aprile in mostra alla galleria Al Blu di Prussia, DRAMA, di Cesare Accetta.

 


Conobbi Cesare Accetta di persona solo nel ‘97 in occasione di uno degli appuntamenti dei Lunedì della fotografia organizzati da Vera Maone e ospitati presso l‘Archivio Parisio.

Quel pomeriggio mostrò un video che consisteva in una panoramica circolare che non era di 360° ma, in maniera surreale, riprendeva più piani verso l‘infinito.

La ricerca fotografica di Cesare Accetta è sempre stata prevalentemente sul “movimento” sperimentando le varie opportunità che esso propone.

Un movimento fotografico che non si ferma esclusivamente sui tempi lunghi di esposizione dell‘otturatore ma basato anche sul movimento della fotocamera in fase di ripresa.

 

E non è tutto.

Cesare Accetta indaga da sempre anche il movimento della luce.
Se fotografia è “scrivere con la luce”, Accetta scrive le sue fotografie osservando le infinite variazioni della luce. In studio o in esterni. Plasmandone l‘immaterialità dei fotoni. Caratteristica essenziale per la conduzione della direzione della fotografia per il teatro e il cinema. Non a caso Accetta è wikipedizzato come Direttore della Fotografia.

E quando entri nella galleria di Al Blu di Prussia per visitare DRAMA, la sua attuale mostra, ti rendi conto che per la sistemazione della luce in sala c‘è la sua esperienza di light designer fatta in oltre quarant‘anni di esperienza.

Esperienza maturata come fotografo di scena per il Teatro Instabile di Napoli, per Falso Movimento di Mario Martone, per Antonio Neiwiller e tanti altri. Fino ad avere incarichi come fotografo di scena per Morte di un matematico napoletano e poi con L‘amore molesto di Martone.

E finalmente esordisce come direttore della fotografia nel cinema per le regie dei film di Antonietta De Lillo, Pappi Corsicato, Nina Di Majo e per lo stesso Martone.

 

Si parte dal nero per plasmare la luce:

 

Il nero è stato ed è il mio momento di ricerca privilegiato e continua ad essere presente nella mia ricerca; il teatro, inteso come scatola nera, è come la camera oscura. Tutto con la luce deve e può succedere. Quello che si vede e quello che si intravede, ma anche «quel che non si vede»,come diceva Antonio Neiwiller”.

 -  Cesare Accetta, dicembre 2023

 

Si entra nella galleria di Al Blu di Prussia e nel primo spazio vi sono fotografie in grande formato a colori. Un corpo femminile mosso, indefinito, tra le fronde di un bosco e anch‘esse mosse, fanno da contrappunto ai ritratti di attrici siti nello spazio successivo. Volti immersi in un nero intenso dai quali scorgere pathos espressivi e l‘occhio si spinge nel dettaglio delle immagini quasi a voler cogliere altre vibrazioni nella bassa luce che li illuminano.

In fondo, un video al rallenty che ricorda la tecnica delle installazioni di Bill Viola. Il ritratto femminile è unico, fisso, ma il lento movimento delle luci e ombre sul suo volto fanno scoprire l‘infinità della gamma emozionale dell‘immagine con le quasi impercettibili variazioni della luce.

 

In questa mostra ritornano tutte le coordinate e le costanti del lavoro di Cesare: il nero, la luce, il corpo, il colore, il tempo, la ricerca della costruzione di un‘idea incarnata sempre nella figura femminile, in un‘impostazione creativa dove la finzione, ed il soffermarsi innanzitutto sul dato emozionale che essa genera, conferma quanto determinante sia per lui il rapporto con la dimensione drammatica del teatro e del cinema.

- Maria Savarese

 

 

Cesare Accetta

Si approccia alla fotografia negli anni ‘70, intrecciando da subito la sperimentazione personale con il teatro di ricerca come fotografo di scena dei principali gruppi e teatri d‘avanguardia napoletani e italiani.

Cesare Accetta ha esposto negli anni il suo lavoro in diverse gallerie e musei italiani. Vanno ricordate alcune importanti mostre, come 03 – 010 nel 2010 al Museo di Capodimonte di Napoli; Dietro gli occhi nel 2012 al PAN| Palazzo delle arti Napoli, in cui ha raccontato vent‘anni di teatro di ricerca napoletano dal 1976, attraverso fotografie per lo più inedite tratte dal suo prezioso archivio di teatro; In luce nel 2016 al Museo Madre di Napoli, opera acquisita nella collezione permanente.

 

 

CESARE ACCETTA – “DRAMA”

A cura di Maria Savarese

ideato e realizzato in collaborazione con Alessandra D‘Elia

Al Blu di Prussia – Fondazione Mannajuolo

Via Gaetano Filangieri, 42

dal 9 febbraio al 6 aprile 2024

Orari: martedì-venerdì 10.30-13/16-20; sabato 10.30-13.00 



30.01.2024 # 6387
Le destrutturazioni di Francesco Chiarenza

Paolo Falasconi //

Brassaï. L’occhio di Parigi

Milano, Palazzo Reale, dal 23 febbraio al 2 giugno 2024

Dal 23 febbraio al 2 giugno, un‘importante esposizione artistica è in programma presso Palazzo Reale, intitolata "Brassaï. L’occhio di Parigi". Questa mostra è promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta con la collaborazione di Palazzo Reale e Silvana Editoriale, insieme all‘Estate Brassaï Succession.

La retrospettiva, curata con grande maestria da Philippe Ribeyrolles, studioso e nipote del celebre fotografo, presenta una straordinaria collezione di oltre 200 stampe d‘epoca, sculture, documenti e oggetti appartenuti a Brassaï. Questo eclettico assortimento offre uno sguardo inedito sull‘opera dell‘artista, con particolare enfasi sulle iconiche immagini dedicate alla vita parigina.

Nato ungherese con il nome Gyula Halász, Brassaï ha adottato lo pseudonimo in onore della sua città natale, Brassó, diventando un parigino d‘adozione. Definito da Henry Miller come "l‘occhio vivo" della fotografia, Brassaï ha giocato un ruolo chiave nella scena fotografica del XX secolo.

In stretta relazione con figure come Picasso, Dalí e Matisse, e vicino al movimento surrealista, Brassaï ha catturato l‘atmosfera notturna della Parigi dell‘epoca, immortalando lavoratori, prostitute, clochard, artisti e girovaghi solitari. La sua opera del 1933, "Paris de Nuit" (Parigi di notte), è considerata fondamentale nella storia della fotografia francese.

Collaboratore della rivista surrealista "Minotaure", Brassaï ha interagito con noti scrittori e poeti come Breton, Éluard, Desnos, Benjamin Péret e Man Ray. Philippe Ribeyrolles, curatore della mostra, sottolinea l‘importanza di esporre Brassaï oggi, esplorando la diversità dei soggetti affrontati e immergendosi nell‘atmosfera culturale di Montparnasse, dove l‘artista si mescolava con altri intellettuali, tra cui il connazionale André Kertész.

Brassaï appartiene alla "scuola" francese di fotografia definita "umanista", caratterizzata dalla sua attenzione ai protagonisti dei suoi scatti. Oltre alla fotografia di soggetto, Brassaï ha esplorato i muri di Parigi e i loro graffiti, testimonianza del suo legame con le arti marginali e l‘art brut di Jean Dubuffet.

La sua notorietà cresce ulteriormente nel 1956, quando Edward Steichen lo invita a esporre al Museum of Modern Art (MoMA) di New York con la mostra "Language of the Wall. Parisian Graffiti Photographed by Brassaï". Successivamente, la collaborazione con la rivista "Harper’s Bazaar" consolida i legami di Brassaï con l‘America.

La mostra sarà arricchita da un catalogo curato da Silvana Editoriale e Philippe Ribeyrolles, con un testo introduttivo di Silvia Paoli.



INFO

Brassaï. L’occhio di Parigi
Milano, Palazzo Reale Piazza Duomo 12
23 febbraio - 2 giugno 2024
 
Orari
Da martedì a domenica 10:00 -19:30
Giovedì chiusura alle 22:30 Lunedì chiuso
 
Biglietti
Open: € 17,00 Intero: € 15,00 Ridotto: € 13,00
 
Per informazioni
palazzorealemilano.it  mostrabrassaimilano.it
 
Social IG, FB @silvanaeditorialeprojects
 
Ufficio stampa Mostra
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
tel. 049.66.34.99 - ref. Simone Raddi simone@studioesseci.net
 
Ufficio stampa Silvana Editoriale
Alessandra Olivari – press@silvanaeditoriale.it
 
Ufficio Stampa Comune di Milano
Elena Conenna - elenamaria.conenna@comune.milano.it


in copertina: Brassaï: Soirée Haute couture, Paris 1935 © Estate Brassaï Succession - Philippe Ribeyrolles

31.10.2023 # 6360
Le destrutturazioni di Francesco Chiarenza

Marco Maraviglia //

Alfa Castaldi, un outsider della fotografia

Al Blu di Prussia per conoscere il lavoro di uno dei fotografi più trasversali del ‘900

E poi ci si vedeva come le star a bere qualcosa al Jamaica bar, citando Vita Spericolata di Vasco Rossi. Intellettuali, artisti, politici, gente di spettacolo, tutti passavano di lì, in via Brera a Milano. Dove si formavano parte dei fermenti culturali milanesi e italiani del dopoguerra.

Il Jamaica era frequentato anche dal fotografo Alfa Castaldi. Classe 1926, eccentrico, dinamico nonostante la sua mole robusta, dalla simpatia contagiosa, era versatile, eclettico. Un professionista della fotografia conosciuto come “fotografo di moda” ma che ha abbracciato reportage, ritrattistica, fotografia sociale, pubblicità, ricerca e sperimentazione. E le sue immagini riflettono il suo essere esuberante, creativo, ironico, affabile. Un grande comunicatore che portò nella fotografia una ventata di fresca innovazione.

 

La fotografia di Alfa è stata davvero un grande contenitore di moda a – suo – modo, vissuta sempre con l‘occhio del reporter, con l‘etica del ricercatore, con il “clin d‘oeil” degli amici artisti del bar Giamaica…

- Anna Piaggi, 2005

 

Alfa Castaldi, nato a Milano, è stato un riferimento della fotografia dagli anni ‘50 fino alla sua morte avvenuta nel 1995.

Allievo prediletto a Firenze del grande storico e critico d‘arte Roberto Longhi che gli stava creando la possibile opportunità di un incarico ministeriale, Castaldi preferì correre da solo per intraprendere la carriera di fotografo.

Quando torna a Milano inizia a frequentare il Jamaica che diventa il suo punto di riferimento dove poter anche lasciare in deposito le sue attrezzature non avendo ancora uno studio fotografico. Lì incontra i fotografi Mario Dondero, Ugo Mulas, Carlo Bavagnoli coi quali discute di fotografia immaginando nuovi scenari che ben presto iniziò a creare anche grazie alle osservazioni che faceva sui lavori dei fotografi della Magnum.

Perché lo scambio di idee, la loro condivisione, il guardarsi intorno, non poteva non portare una mente creativa come quella di Alfa a una contaminazione nel suo stile: quello di non arrugginirsi in un‘etichetta. Perché il suo stile era innanzitutto determinato da libertà, curiosità, interesse per tutto ciò che stimolava la sua creatività.

 

Alfa Castaldi shakerava la fotografia di moda col reportage.

Nel 1968 realizzò a Praga, per la rivista “Arianna”, il primo shooting di moda italiano ambientato nell‘Europa orientale in quel momento di grande cambiamento storico che conosciamo. Facevano da sfondo agli abiti di alcuni pionieri del fashion made in Italy come Krizia, Ken Scott e tanti altri, i monumenti come il municipio di Starè Mesto e la casa natale di Franz Kafka.

Per Uomo Vogue realizzò alla fine degli anni ‘70 Compagnia di Stile Popolare, una serie di ritratti a pastori sardi ed abruzzesi, contadini tirolesi e tabarri emiliani. Realizzati con banco ottico in grande formato e sempre in esterni. 

 

Cercavo le radici della naturale eleganza maschile e ritrovavo, di volta in volta, la purezza del disegno e dell‘esecuzione artigianale, da sempre ragione prima dello stile. Così come riscoprivo l‘autenticità di tessuti, panni, cotoni: tessuti fabbricati con estrema attenzione – con una cura essa pure artigianale – per gente che della qualità faceva una ragione di vita.

- Alfa Castaldi (1995)

 

La fotografia di moda per Alfa Castaldi era dinamica, le modelle erano spontanee, le faceva ridere, muovere, mentre ricaricava la fotocamera con una velocità stupefacente.

 

Non si accontenta di riprendere abiti e modelle secondo i canoni tradizionali. È un ricercatore.

- Giuliana Scimè; 2013 (critica di fotografia)

 

Il lavoro di Alfa Castaldi è immenso nella sua varietà di argomenti trattati. E la mostra, che consta di 80 fotografie selezionate, non è un‘antologica o una retrospettiva, ma una sintesi che offre gran parte del ventaglio artistico della sua carriera.

Una carriera, quella di Castaldi, che fa capire anche di aver avuto l‘intuizione di ritrarre personaggi di cui all‘epoca non era scontato il loro successo. E possiamo vedere i giovanissimi fotografi Ugo Mulas, Oliviero Toscani e Bruce Weber; Monica Vitti ritratta nel 1960 all‘alba dei suoi inizi cinematografici. E altri personaggi del mondo della moda, dell‘arte, dello spettacolo, ritratti agli inizi della loro carriera.

Una parete di Al Blu di Prussia è un omaggio a Napoli con scene di strada e vedute che sembrano citazioni della Scuola di Posillipo, Migliaro, Irolli, Scarfoglio. Perché Castaldi tra gli interessi per l‘architettura, i murales parigini, le manifestazioni contro il nucleare a Parigi, aveva l‘arte nel sangue e grazie anche a Roberto Longhi.

 

Nella sala di proiezione della galleria, un video che riserva altre sorprese come i ritratti realizzati con obiettivo soft focus, senza lenti e montato su un soffietto. Oppure la sua sperimentazione sulle fotografie cubiste realizzate su lastre 20x25 e con un lungo lavoro di esposizioni multiple inserendo maschere nello chassis.

Gli spot dei caroselli della Facis in cui è protagonista interpretando se stesso.

E poi ancora, i testi del suo romanzo rimasto incompiuto, Ali Joo, che scorrono su immagini inedite.

Un filmato in cui si percepisce tutta la stima e amore per il padre, da parte del figlio Paolo Castaldi anch‘egli fotografo, e che cura l‘Archivio Alfa Castaldi.

 

Ci sarebbe tanto altro da dire, questo articolo è riduttivo di fronte a quel vulcano di Alfa Castaldi.

Bisogna vedere la mostra per comprendere parte del suo mondo intimo e professionale.

 

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione della Fondazione Mannajuolo con l‘Archivio Alfa Castaldi che da anni compie un meticoloso lavoro di catalogazione, archiviazione, conservazione e gestione dell‘opera del fotografo milanese, composta da oltre 12.000 immagini.

 

 

Alfa Castaldi

a cura di Maria Savarese

Al Blu di Prussia

via Gaetano Filangieri, 42 - Napoli

dal 27ottobre 2023 al 5 gennaio 2024

Orari: martedì-venerdì 10.30-13/16-20; sabato 10.30-13

27.10.2023 # 6359
Le destrutturazioni di Francesco Chiarenza

Marco Maraviglia //

Anders Petersen in mostra alla Spot home gallery

Lo sguardo di un artista svedese su una Napoli fatta di bianconeri da decodificare

Anders Petersen, classe 1944, è il pioniere della prima residenza d‘artista fortemente voluta da Cristina Ferraiuolo gallerista della Spot home gallery. Un progetto ideato nel 2019 ma, causa pandemia, rimasto in sospeso e poi finalmente andato in porto.

Circa 60 fotografie bianconero di medie e grandi dimensioni realizzate dall‘artista durante due fasi per un totale di 35 giorni, tra il maggio 2022 e ottobre/novembre 2022.

Un lavoro in cui Cristina Ferraiuolo ha fatto da fixer girando con Petersen per Napoli, seguendo le sue ispirazioni e suggerendogli luoghi in cui sapeva che avrebbe individuato spunti per il progetto.

 

Anders Petersen non poteva che essere il primo artista in residenza in galleria. Napoli, con il suo caos e la sua  umanità variegata, era il luogo ideale per un fotografo come lui. Nella sua lunga carriera ha fotografato tantissime città, da Tokyo a Londra, da Valparaiso a Sète. Napoli, città-mondo, con le sue mille sfaccettature, le contiene un po‘ tutte.

- Cristina Ferraiuolo

 

Qui non trovate foto “di” Napoli ma foto “a” Napoli.

Immagini scattate a Napoli ma che seguono la poetica tipica di Anders Petersen che cerca estemporaneità, emozioni, dettagli con i quali entrare in empatia per sentirsi lui stesso il soggetto ritratto.

Sembrano fotografie scattate a Parigi, Londra, New York o altre città del mondo, ma è Napoli. Colta in una sua esclusiva intimità attraverso gli occhi del fotografo svedese.

Perché non vi è quasi alcun riferimento architettonico che possa far risalire alla città. Ma il carattere verace, surreale e sanguigno della città, è quel che emerge. Quello che normalmente non “ascoltiamo” vivendola tutti i giorni.

Scorgerete un vassoio per i dolci immaginando che sia stato ritratto in uno dei più famosi caffè di Napoli, ma non è importante sapere se è quello. C‘è da riflettere invece sul perché Petersen l‘abbia ritratto e coglierne la sua bellezza che non va descritta ma vista di persona con quella stessa attenzione metafisica che lui ha percepito.

Riconoscerete Pompei, il Cimitero di Poggioreale o Piazza Mercato, ma non è quello che l‘autore voleva mostrare. Bisogna entrare invece in quell‘empatia tipica che accompagna Petersen da sempre tra lui e i soggetti che catturano la sua attenzione.

Sono immagini senza luogo e atemporali. Evergreen. Potrebbero essere state scattate negli anni ‘60 o su di lì perché sono indatabili.

Alcune sembrano scattate allo Studio 54 di New York o nella Factory di Andy Warhol, ma qui è Napoli. Forse una città universale come lo sono le immagini? Probabile. È lo stile e la ricerca del fotografo che rende il tutto fuori dal tempo restituendoci una Napoli al di fuori dei luoghi comuni.

Il look di alcuni ritratti che richiama atmosfere hippy, situazioni da burlesque o da vecchio circo. Forme insolite, come l‘enorme siepe a poltrona davanti al Museo di Capodimonte o come quella “cosa” maculata di cui non capisci se è un polpo o un pesce. Lo potevi fotografare anche tu? Non l‘hai fatto e vince chi arriva primo: chi osserva dentro ciò che normalmente è innanzi ai nostri occhi ma che ci sfugge.

Perché l‘agave? Perché le teste di pescespada? E quelle bambole forse in attesa di essere “curate”?

L‘allestimento in galleria è come un puzzle di ritagli di vita minimalista. Come un album di appunti visivi scritti in maiuscolo. Vederli raggruppati è come sentire un‘unica essenza che tocca le corde di tutti i sentimenti della città con i suoi odori, suoni e rumori.

 

Dettagli… mani spesso protagoniste che si intrecciano, carezzano, fermano; braccia che armonizzano l‘inquadratura, il contatto fisico tra i soggetti ritratti. E poi sorrisi cogliendo la bellezza della vecchiaia. Un elegante uomo anziano, in giacca e cravatta con una gerbera nella mano che attende l‘ascensore, assorto da chissà quali pensieri; i gemelli per incrementare la sua “collezione” sul genere.

Fotografie verticali, molte con inquadratura leggermente inclinata, dove la loro diagonale è percorsa dal centro emozionale della composizione.

Bianconeri un po‘ lomography, contrasti alti, vignettature. Scattate con Contax T3 a pellicola, con obiettivo 35 mm perché Peterson preferisce stare dentro la scena che riprende.

 

Voglio essere il  più vicino possibile in modo  da  poter  sentire che  qualunque cosa io fotografi assomigli il più possibile a un autoritratto. Voglio che  le mie foto siano  una  parte  di me, voglio riconoscervi i miei sogni,  le mie paure, i miei desideri.

 

Biografia

Anders Petersen (Stoccolma,1944) è uno dei più importanti fotografi contemporanei, noto per le sue immagini in bianco e nero  dallo stile documentario intimo e personale. Il suo esordio internazionale è avvenuto nel 1978  con la pubblicazione di Café  Lehmitz, uno  dei libri fotografici più influenti di tutti i  tempi, in cui ha ritratto la  vita quotidiana in una  bettola  di Amburgo  alla fine degli anni Sessanta. Café  Lehmitz è entrato a far parte  della cultura pop quando Tom Waits ne ha utilizzato una foto come copertina del suo album Rain Dogs del 1985. Ad oggi Petersen ha pubblicato più di 40 libri, molti dei quali sono diventati parte integrante della storia della fotografia. Tra i premi e i riconoscimenti ricevuti  si possono citare: Il premio Photographer of the Year, ai  Rencontres d‘Arles 2003;  il premio speciale della giuria per la mostra Exaltation of Humanity, al festival internazionale di fotografia di Lianzhou, Cina, 2007; il premio Dr. Erich Salomon della Deutsche Gesellschaft für Photographie, 2008; il premio al miglior libro del 2009 ai Rencontres d‘Arles Book Award insieme a JH Engström per From Back Home. Inoltre, Petersen ha ricevuto  il Paris Photo e l‘Aperture Foundation Photo  Book of the Year Award 2012, per City Diary, e il premio Lennart af Petersen, 2019. Il lavoro di Anders  Petersen è rappresentato nelle collezioni di Fotografiska Stockholm, The Museum of Modern Art New York, Hasselblad Center Göteborg, Bibliothèque nationale de France Paris, Centre Pompidou Paris,  Museo di Arte Contemporanea Roma, Museum of Fine Arts Houston, Moderna Museet Stockholm, Maison Européenne de la Photographie Paris, Museum Folkwang Essen e Fotomuseum Winterthur, tra gli altri. Dal 1969 ha tenuto regolarmente mostre personali e collettive in tutto il mondo.

 

 

Napoli / Anders Petersen

A cura di Cristina Ferraiuolo

Spot home gallery

Via Toledo,  66 - Napoli

dal 21 ottobre 2023 al 31 gennaio 2024

 

Contatti

+39 081 9228816

info@spothomegallery.com

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