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29.12.2021 # 5865
Jacquie Maria Wessels espone al PAN Garage Stills, le nature morte fiamminghe delle officine per auto

Marco Maraviglia // 0 comments

Jacquie Maria Wessels espone al PAN Garage Stills, le nature morte fiamminghe delle officine per auto

Luoghi destinati a scomparire, l’artista ne immortala l’essenza restituendoci fotografie di still life site specific


Jacquie Maria Wessels: Breve bio

Jacquie Maria Wessels è nata a Vlaardingen, nei Paesi Bassi, e attualmente vive e lavora ad Amsterdam. Inizia la sua carriera fotografica nel 1981 a Bruxelles. Successivamente si trasferisce ad Amsterdam dove studia alla Gerrit Rietveld Academy tra il 1985 e il 1990 nel dipartimento di fotografia e disegno. Durante i suoi studi svolge un programma di scambio presso la Quicksilver Place Academy of Arts di Londra, incentrato sulla pittura/disegno. Alla fine la fotografia si è rivelata il mezzo preferito da Wessels per esprimersi.


Abstract


La prima lezione di guida me la fece un amico che mi spiegò quanto fosse per lui indispensabile immaginare che guidare è come compiere un atto sessuale. Dimmi come guidi e ti dirò come sei a letto, si potrebbe sintetizzare. Se usi male l’auto, la tendi a guastare e ti ritroverai più spesso in un’officina per farla riparare.

Le officine meccaniche come ne troviamo oggi tenderanno a scomparire. Le auto sono sempre più computerizzate e nelle officine spariranno man mano anche chiavi inglesi e bullonatrici. E non esisteranno più i veri medici dell’auto, quelli vecchia maniera che, prima di farti un preventivo, entrano nella tua auto per provarla in una distanza di 500 metri e, a seconda dei suoni e delle vibrazioni, ti fanno diagnosi e terapia. Quel che tu credi sia un ammasso di metallo senza vita, per un meccanico è un essere vivente.


L’essenza delle officine meccaniche


Officine come ospedali di automobili. Luoghi scarsamente illuminati al neon in cui si ascolta la concentrazione dei medici di automobili. Odori di cocktail di olio, carburante, copertoni, grasso, ferodo, sudore e caffè. Panelli attrezzati con cacciaviti e altri oggetti non identificati, compressori, carrelli di metallo, banchi da lavoro con morse e tornio, elevatori. I suoni e rumori di un’officina meccanica sono un concerto sinfonico per gli appassionati. Corredato da calendari di pin up del XXI secolo e santini. Sacro e profano che convivono sulle pareti difficilmente rimesse a nuovo da qualche strato di pittura. Perché non c’è tempo per farlo: il papà di quell’auto ha urgente bisogno di riaverla per un viaggio di piacere o di lavoro.

Ma tutta questa magia che avvolge un’officina scomparirà. Le auto escono dalle fabbriche sempre più computerizzate e non ci sarà più bisogno dei meccanici “a orecchio” e sensibili alle vibrazioni. I computer di bordo e le strumentazioni tecno-digitali delle auto-officine sostituiranno l’esperienza dell’uomo e l’obsolescenza programmata porterà probabilmente a rendere irreparabili o economicamente non conveniente riparare le auto che avranno una vita media di 3-4 anni. 


Garage Stills


Jacquie Maria Wessels da alcuni anni ha intrapreso la sua ricerca Garage Stills per immortalare queste atmosfere in via di estinzione che normalmente sfuggono all’occhio di chi è costretto a portare la propria auto in riparazione. Probabilmente sfuggono anche agli stessi meccanici che vivono 8-10 ore al giorno nel proprio ambiente di lavoro.

Wessels realizza le sue nature morte anche riassemblando, disponendo in maniera decontestualizzata gli oggetti che catturano la sua attenzione, rendendo le inquadrature più pittoriche e nelle quali aleggia la presenza umana che mai compare in esse, trattandosi appunto di still life site specific.

E lo fa lavorando su pellicola a medio formato, per coerenza con il suo concetto di lotta contro la scomparsa della memoria umana. Perché i pixel non sono che polvere elettronica soggetta al rischio di disperdersi in tempi più brevi, mentre l’analogico è un’altra storia.


Al PAN – Palazzo delle Arti di Napoli sono quindi esposte circa trenta opere di Wessels, fotografie realizzate in Olanda, Sri Lanka, Suriname, Istanbul, Marrakech, Cambogia, Russia, Giappone, Cuba, Belgio, ed è interessante scoprire la presenza o meno di analogie dello stesso ambiente-soggetto ma ripreso in luoghi culturalmente diversi.


Le sue fotografie si equiparano a quadri astratti, a metà tra mondo reale ed immaginario, un felice connubio tra realtà ed astrazione, momento presente e memoria; a cavallo tra il particolare dell’oggetto e l’universale della storia; tra pittura astratta e fotografia; tra visione poetica ed indagine antropologica, tra osservazione e rivelazione, e si presentano come dispositivi della psicologia della società meccanica che sta inesorabilmente scomparendo.

- Marina Guida



Nota dal comunicato stampa

In mostra anche alcuni lavori di due serie fotografiche precedenti, “Cityscapes” e la nuova serie “Fringe Nature”. Le opere di Jacquie Maria Wessels sono state esposte in tutto il mondo e fanno parte di varie collezioni private e museali, tra i quali: Rijksmuseum di Amsterdam (Paesi Bassi), al Huis Marseille- Museo della fotografia di Amsterdam (Paesi Bassi) e il Surinaams Museo in Paramaribo (Suriname).





GARAGE STILLS di Jacquie Maria Wessels

a cura di Marina Guida

Promosso da Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli

PAN | Palazzo delle Arti di Napoli 

Dal 18 dicembre 2021 al 13 gennaio 2022

Tutti i giorni: dalle ore 10:30 alle ore 18:00

Domenica: dalle ore 10:30 alle ore 13:30

Martedì: giorno di chiusura

Festività nazionali (25, 26 dicembre; 1 e 6 gennaio): chiuso al pubblico

https://www.jacquiemariawessels.nl/ 

07.02.2022 # 5900
Jacquie Maria Wessels espone al PAN Garage Stills, le nature morte fiamminghe delle officine per auto

Marco Maraviglia // 0 comments

Alessandro Fruzzetti. La fotografia come impegno sociale

Padroni contro i valori delle donne. Un’indagine visiva sulle distorsioni dei rapporti uomo/donna

Chi è Alessandro Fruzzetti

Classe 1971. Nato a Pisa e vive in provincia di Livorno. Diploma di geometra. Titolare di uno studio tecnico. Appassionato di fotografia. 

Da bambino era attratto dalle arti visive in generale, ha sempre disegnato e dipinto. Da adolescente ha iniziato a fotografare per hobby. Verso i 40 anni inizia a utilizzare la fotografia come mezzo espressivo e indagatore: su se stesso e la sua famiglia, poi volgendo lo sguardo verso la società e soprattutto sui diritti civili.


Abbiamo un problema…

XXI secolo. 21° secolo. O, se preferite, ventunesimo secolo.

Anno 2022 d.C. Abbiamo sorpassato il primo ventennio del secondo millennio ma abbiamo qualche problema. Anzi, il peggio è che ci troviamo ancora a porci il problema dell’esistenza di un problema. Uno tra i tanti. Donne e uomini. Uomini e donne. Un periodo in cui la parità dei diritti sembra risolversi con lo schwa, con un simbolino che non sai nemmeno come scriverlo dalla tastiera del PC e quando lo trovi ne abusi: ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ ǝ. E nel frattempo, presi da un’esaltazione collettiva, sembrava che sarebbe stata eletta la prima Presidente della Repubblica donna. Come se fosse un avvento. Un miracolo. Quasi come fosse accaduto qualcosa di bizzarro. Qualcosa di anormale. Ma anormale sono i numeri annuali di femminicidio.

Anno 2022 e siamo ancora ben lontani da una normalità. Non siamo ancora PERSONE ma distinti dal genere.

Il livello culturale di un Paese sembra però non avere una relazione ben definita con l’apartheid. Il rispetto delle persone, a prescinde dal genere, non dipende dal grado di civiltà di una Nazione. Forse perché siamo fatti di ormoni, di chimiche che non hanno nulla a che fare con la ragione. Non si tratta di giustificare l’ingombrante e a volte violento peso maschile nella società, ma cercare di capire se e quando il cordone ombelicale con la cultura patriarcale, sessista, maschilista, sarà mai staccato. «Io uomo, tu donna», sembra che rimbombi ancora nelle nostre menti all’alba di tutte le transizioni declamate. Forse siamo ancora lontani, lontanissimi dalla fine dei sessi, quella del «Io Persona, tu Persona».


Quei 6X3 di chi te la dà: il (dis)valore delle donne

Alessandro Fruzzetti con Il (dis)valore delle donne sottolinea con dissenso un certo modo di fare comunicazione pubblicitaria che cavalca quanto sopra accennato. Manifesti che sembrano realizzati per rientrare nella strategia del “purché se ne parli”. 


Battute a doppio senso che ricordano la caserma o certi filmetti sexy all’italiana, sono una violenza diversa che tuttavia mortifica e inorridisce


Dal comunicato stampa:

“Fruzzetti ha raccolto questi manifesti pubblicitari e ha fotografato dodici donne affermate nel loro lavoro, che appallottolano e lacerano questi messaggi. Tra loro c’è anche la maestra della fotografia Giuliana Traverso, scomparsa un anno fa. Ne ottiene dodici immagini in cui è espresso il rifiuto in modo singolare: sulla stessa tavola pone, incollato, il manifesto stropicciato (e quindi negato) e la donna che si ribella al messaggio, appunto strappandolo, perché non sottomessa o assoggettata, come invece quel messaggio vorrebbe suggerire.”


Si tratta dell’ennesima operazione di sensibilizzazione sulla monetizzazione dell’individuo donna. Si potrebbe obiettare che, riguardo certi manifesti, si tratti di ironia, di simpatia giocosa verso la donna. Ma purtroppo non esistono strumenti che valutino a monte l’apprezzamento della goliardia da parte dell’universo femminile. Il buon senso su quali parametri si fonda? La sfera del rispetto è soggettiva? Ma se pur fosse che solo una ristretta minoranza di donne si ritenesse offesa, è civile non considerarla? Meglio mostrare, e senza headline, senza claim, solo donne belle per pubblicizzare l’intimo? E ciò non potrebbe essere un’altrettanta mancanza di rispetto nei confronti delle donne meno belle?

Abbiamo evidentemente ancora bisogno di riflettere.

Magari volgendo un occhio all’arte che sembra non sia mai stata attaccata sotto questi aspetti. Eh, sarebbe bello poter vedere un giorno i 6x3 pubblicitari che meritano, in un museo. 


Padroni, dieci assassini tra tanti

Nessun motivo giustifica un omicidio. L’essere umano ha la fortuna di essere dotato della mente: ragione e parola. Strumenti che dovrebbero servire a gestire qualsiasi tipo di relazione umana. Ma ragione e parola non funzionano sempre. Qualsiasi omicidio denota falle nel sistema-uomo decretandone il fallimento.


“Padroni”, è spietato. Violento, per certi aspetti. Tre colori: il bianco, il nero e il rosso, senza mediazione, senza indulgenza e senza accondiscendenza. Come nelle foto segnaletiche prese dentro il carcere o in questura. Se noi, gente comune, mettiamo la faccia in ogni nostra azione, perché non dovrebbero mettercela anche i Padroni, quelli che, vantando una supremazia sulle loro donne, considerate di loro proprietà, arrivano al delitto? Ecco i volti di alcuni di loro.


Dieci assassini colpevoli di femminicidi. Ritratti in bianconero sui quali Alessandro Fruzzetti ha operato incisioni, bruciature, tagli, ispirandosi alle armi del delitto utilizzate dai “padroni”. Coltello, fucile, corda, cutter… Una sagoma è lasciata in bianco, a significare che l’elenco dei “padroni” purtroppo non si arresta. Ci sono nomi e cognomi in queste immagini. Di vittime e carnefici.


Credo molto nella potenza della fotografia come mezzo espressivo e credo che possa essere molto utile come critica sociale. I miei lavori esprimono la mia presa di posizione e sono più eloquenti di ciò che potrei aggiungere con le parole.




La fotografia come impegno sociale

Di Alessandro Fruzzetti

MOVIMENTO APERTO 

Via Duomo 290/C – Piazza Filangieri

dal 4 febbraio al 25 febbraio 2022 

il lunedì e il martedì ore 17-19, il giovedì ore 10.30-12.30

e su appuntamento chiamando i numeri 3332229274 - 3356440700



02.02.2022 # 5894
Jacquie Maria Wessels espone al PAN Garage Stills, le nature morte fiamminghe delle officine per auto

Marco Maraviglia // 0 comments

Ida Marinella Rigo e le contaminazioni sinestetiche

Al TeaCup di Milano in mostra le fotografie dell’artista fino al 22 febbraio

Chi è Ida Marinella Rigo

Nata a Savona e vive a Milano.

Diplomata al Liceo Scientifico, laureata in Fisioterapia e Master in coordinamento delle professioni sanitarie, Ida Marinella Rigo attualmente si occupa principalmente di infortuni sul lavoro e malattie professionali.

Ha viaggiato molto perché consapevole che, entrare in contatto con culture diverse, non fa che allargare gli orizzonti percettivi e mentali.

Nel 2016, in seguito a un tormentato cambiamento di vita, inizia a esorcizzare una sua irrequietezza “curandosi” da autodidatta con la fotografia.

 

Tramite le immagini ho cercato di dare voce ai miei urli muti. La fotografia per me non è staticità ma movimento, mutevolezza, è l’indefinito all’interno del finito, è uno strumento malleabile volto a mostrare la “mia” verità.

 

Ha pubblicato per alcune copertine editoriali (libri e riviste) e ha esposto in diverse collettive e personali.

Pur essendo contattata da più riviste per interviste riguardo il suo lavoro e quindi consapevole della qualità della sua produzione, caratterialmente preferisce non affrontare il mondo dei galleristi per proporsi, date le sue complesse capacità relazionali.

 

Il “moto contrario” della fotografia di Ida Marinella Rigo

Tutto è in movimento. Nulla resta per sempre. Le vicissitudini della vita di Ida hanno contribuito a farle maturare una soglia di percezione sensibile in costante trasformazione. La consapevolezza di una personalità caleidoscopica che non si adatta ai flussi standard finalizzati alla ricerca di un consenso, ma si avventura in ciò che via via la sua realtà le mostra.

Tutto si mescola con una ricerca artistica che interagisce con la passione per la musica, pittura, scrittura, cinema e, quando un filone si esaurisce perché raggiunge il suo apice espressivo, Ida inizia a varcare altri spazi creativi. Senza seguire stili del momento, intraprendendo sperimentazioni più adeguate per esprimere i suoi “urli muti”.

 

Mostro la mia realtà fatta di cristallo dove sono visibili alcune mie sfaccettature, a volte luccicanti, a volte fredde, a volte kaleidoscopiche, a volte ironiche,  in schemi ossessivi e controllati che ne celano le fragilità.

 

Le contaminazioni

Ida Marinella Rigo è affascinata e influenzata da pittori e fotografi come Francis Bacon, Édouard Manet, Roberto Kusterle, Antoine d'Agata, Tim Walker, SaulLeiter. Consapevole che tutto è già stato fatto, cerca di reinventare il già visto filtrandolo attraverso il suo (in)conscio per attrazione o repulsione, intrecciando tecniche fotografiche e pittoriche, contaminando generi per affinità visive o anche concettuali.

Nascono quindi le sue contaminazioni come Reflexes, con la sovrapposizione del mondo patinato della pubblicità con il contesto urbano, frenetico o silente. Riflessi nelle vetrine dei negozi o nei vetri delle pensiline d’autobus, i poster di moda non sono più statici e inerti. Divengono «Un mondo all’interno di un altro mondo».  Quasi un infinity mirror effect dove la realtà si (con)fonde con la finzione.

Metamorphosis, altro progetto di Ida, nasce con la passione per la mitologia greca.

 

…per le implicazioni con la natura caratteriale dell’uomo raccontata attraverso simbologie ed intrecci con gli elementi naturali. A volte ti ritrovi a combattere i tuoi demoni, le tue paure, le tue ossessioni. Ho deciso di accettare ciò che sono, di dargli un nome e un volto nelle mie immagini. Così posso riconoscerli e riconoscermi.



Synaesthesia, comprende la produzione fotografica di Ida Marinella che accosta in dittici due immagini diverse che possono essere assonanti o meno, questo non conta, l’intenzione è quella di provocare un effetto sinestetico:


…due immagini con caratteristiche percettive proprie che accostate possono portare a sensazioni completamente diverse, a volte anche tattili o olfattive. Riportano a memorie e ricordi. A volte puoi ricordare il rumore del mare o il profumo di un campo fiorito. Credo però che Due fotogrammi o più, dialoghino nel momento in cui si completano senza prevaricazione: esistono l’uno in funzione dell’altro in un racconto; se uno scatto cattura l’attenzione più dell’altro vuol dire che ha carattere come immagine singola.

 

Lo spazio della mostra

La mostra è ospitata dal TeaCup di Milano, luogo per gli amanti del tè che accoglie mostre d’arte, presentazioni di libri, serate di cinema ed altro ancora.

Esporre in contesti del genere è sempre un po’ una sfida con se stessi perché in questi casi l’attenzione non è concentrata sulle opere esposte ma si confonde con altre attività svolte nel luogo stesso. Il pubblico non si sente costretto a fare formali complimenti all’artista come può accadere invece in una galleria d’arte. Lo spazio alternativo è come un filtro dove solo chi riesce a cogliere l’estro dell’artista rientra in quella fascia di attenti osservatori. Riconoscersi, intercettarsi, quasi per caso perché sono le immagini che fungono da sinapsi.

Le sinestesie di Ida Marinella Rigo intrecciano pensieri.

 

 

 

 

Synaesthesia 

Di Ida Marinella Rigo

TeaCup Tea & Art  via Caminadella, 18 Milano

Dal 22-01-2022 Al 22-02-2022

Orari 10-13. 15:19  lunedì chiuso

Contatti: TeacupMilano

Ida Marinella Rigo su Instagram: https://www.instagram.com/idamarinella/

24.01.2022 # 5880
Jacquie Maria Wessels espone al PAN Garage Stills, le nature morte fiamminghe delle officine per auto

Marco Maraviglia // 0 comments

Sisma80, 23 novembre 19:34. Quel terremoto che è entrato nella storia italiana

A cura di Luciano Ferrara, un progetto iconografico che cerca un’ubicazione permanente per tramandare la memoria di un’esperienza collettiva

Quando i fotografi di Napoli partirono la notte

Il 23 novembre 1980 quel che è stato il più grande terremoto italiano a memoria dei viventi, provocò 2914 vittime accertate e oltre 280mila sfollati.

Alle 19.34 la terra tremò per novanta secondi in tutta la Campania danneggiando parecchi comuni dell’Irpinia alcuni della Basilicata e la scossa fu avvertita forte anche nelle regioni confinanti.

Un disastro di proporzioni immani i cui strascichi sono ancora evidenti in termini urbanistici e sociali.

Le linee telefoniche si erano interrotte ma grazie ai radioamatori si stabilirono ponti di comunicazione tra i comuni, i carabinieri e la Prefettura di Avellino per comprendere l’entità dei danni e organizzare i primi soccorsi.

Il giornalista Emilio Fede della RAI fu il primo a comunicare l’accaduto al tg1.

Quella stessa sera a Napoli ci furono vari fotografi che telefonarono a Umberto Sbrescia, noto commerciante di articoli fotografici tragicamente scomparso nel 2021. Gli chiesero esplicitamente di aprire il negozio per rifornirsi di pellicole perché intenzionati a partire nella stessa notte per raggiungere l’Irpinia.

Fu un tragico episodio che sviluppò una delle più grandi documentazioni fotografiche mai realizzate fino allora.

 

Per non dimenticare

La memoria della mente non possiede milioni di terabyte per ricordare tutto ciò che si legge, ascolta, vede. Non ricorda ogni dettaglio, ogni attimo della propria vita. Le fotografie aiutano a ricordare. Le fotografie sono custodi della memoria storica degli eventi che attraversiamo e ci mettono in contatto anche con ciò che non abbiamo vissuto di persona. Con eventi del passato, del presente e anche del futuro per quelle che saranno realizzate. Anche se fatti accaduti lontani da noi. Le parole descrivono, le fotografie raccontano mostrando. A volte non c’è bisogno nemmeno di una didascalia per una foto ma solo la data in cui è stata presa.

 

Gli archivi fotografici

Gli archivi fotografici sono un enorme patrimonio storico che è invece spesso bistrattato dai circuiti culturali, documentaristici, filologici, antropologici. Le ricostruzioni storiche sono fatte fruendo principalmente di biblioteche ed emeroteche pubbliche. Gli archivi fotografici risiedono per lo più presso luoghi privati dei fotografi o di loro eredi che li gestiscono, o ubicati in contesti inaccessibili.

Anche se esiste una piattaforma dei Beni Culturali che tende ad aggregare tutti i principali archivi fotografici nazionali, ci sono città che non hanno un archivio fotografico centralizzato e Napoli è una di queste.

 

Sisma80, 23 novembre 19:34

Luciano Ferrara, noto fotogiornalista freelance napoletano ideatore di Tribunali138 officina di varie attività fotografiche, avendo un senso civico sull’importanza degli archivi fotografici, in occasione del quarantennale del sisma del 23 novembre, intraprende l’iniziativa di allestire una mostra con immagini tratte dagli archivi di una gran parte di fotografi che seguirono l’evento.

La mostra, dopo un anno di progettazione, fu finalmente inaugurata negli spazi interni del Chiostro di San Domenico Maggiore a Napoli nel febbraio 2021.

Un lungo lavoro di ricerca iconografica. Negli anni alcuni fotografi che documentarono i disastri dell’Irpinia, ma anche di Napoli, erano ormai deceduti.

 

I fotografi ormai deceduti volevo a tutti i costi che fossero presenti in questa mostra, per onorare il loro lavoro dell’epoca oltre che omaggiarli come persone. Fotografi che hanno lavorato per mesi sul territorio.

 

Il contatto con i figli, gli eredi, spulciare gli archivi insieme a loro per ritrovare le fotografie più significative e che dessero una narrativa completa di quel periodo.

Con qualche difficoltà Luciano Ferrara riuscì a recuperare materiale di Antonio Troncone, Giacomo Di Laurenzio (detto Peppino), Guglielmo Esposito, Mario Siano (fotografi della Fotosud, agenzia fotografica interna a Il Mattino), di Franco Esse (detto Franchitiello), Gaetano e Franco Castanò della Press Photo, dell’Archivio Carbone e poi ancora di Luciano D’Alessandro, Mario Riccio oltre che di chi è ancora attivo come Mimmo Jodice, Sergio Del Vecchio, Pino Guerra, Guido Giannini, Giuseppe Avallone, Gianni Fiorito, Toty Ruggieri, Annalisa Piromallo, Massimo Cacciapuoti e lo stesso Luciano Ferrara.

 

Le immagini

Le fotografie di Sisma80 raccontano anche aspetti con toni surreali di quel dramma. Un’auto che trasporta una bara sul bagagliaio, gente inerte che fissa le case crollate con grande senso di impotenza, volti di disperazione che non hanno più lacrime, sezioni di partito allestite in tenda, accampamenti in autobus pubblici o nelle carrozze di un treno, un uomo in giacca e cravatta con scarpe lucidate e seduto su una sedia tra la folla, occhiali e sigarette fissate sulle gambe di un morto che sarà trasportato su quel che resta di una porta di legno.

Immagini che lasciano intuire anche quanto si fosse trovati impreparati di fronte a un evento di tale portata.

Ma scorre paradossalmente tanta vita nelle foto di Sisma80. Ragazzini che mordono la vita giocando con un pallone o una vecchia bici, nonostante il disagio per essere stati catapultati in un’altra dimensione facendoli crescere più in fretta.

Ed è tutto scritto, anzi fotografato. Testimonianze iconografiche che fanno e faranno sorgere anche in futuro non poche domande su quel che è stato fatto, come è stato fatto, cosa si sarebbe potuto fare per salvare qualche vita in più.

 

Il futuro di Sisma80

Mi capitò di visitare alcuni musei civici di Lisbona e in ognuno di essi c’erano ampie testimonianze del terremoto che la città subì nel 1755.

La cosa che però notai di Lisbona è che, evidentemente provati da quella drammatica ESPERIENZA, tutte le nuove opere urbanistiche pubbliche erano state realizzate antisismiche e comunque con una certa robustezza strutturale.

Questa è solo un’osservazione personale da geometra che non ha quasi nulla a che fare con questo articolo.

Ma la parola “esperienza” sì.

L’esperienza è memoria. E la memoria dovrebbe servire a cercare di non ripetere gli errori del passato.

Ma questa è un’altra storia.

Luciano Ferrara vorrebbe dare un futuro a Sisma80, come un padre che si preoccupa dell’avvenire della propria bambina. Vorrebbe che Sisma80 diventasse una testimonianza permanente ubicata in uno spazio fruibile a tutti. Perché rappresenta una parte dell’anima del territorio. Perché sintesi di un’esperienza collettiva che andrebbe condivisa anche con i posteri.

Il progetto consisterebbe anche nell’implementare il lavoro con tutto ciò che è venuto dopo il 23 novembre ’80: la ricostruzione. Cosa è cambiato negli ultimi 40 anni. Come si sono riadattate le famiglie sfollate. Quali riferimenti urbanistici sono rimasti: piazze, campanili, strade. L’impatto psicologico, sociale e culturale sui terremotati. E il materiale iconografico c’è. La strada da percorrere c’è.

 

 

Il libro

Sisma80 è anche libro, anzi, “il testimone” e Luciano Ferrara ha voluto che le oltre 100 fotografie, venissero stampate nel volume con gli stessi toni a basso contrasto della stampa dei quotidiani per rispettarne i grigi coi quali si era abituati a vederle.

All’interno vi sono contributi storico-sociali di giornalisti, urbanisti, storici tra cui Pietro Gargano, Francesco Romanetti, Isaia Sales.

È la traccia, di un drammatico evento, che resterà.

 

 

Sisma80. 23 novembre 19:34

A cura di Luciano Ferrara

Grafica di Gix Musella

Organizzazione di Sofia Ferraioli

Prodotto dall’associazione noos aps e tribunali138

Copertina flessibile

112 pagg.

F.to 23x1x28

Pubblicato il 22 dicembre 2020 da Iod edizioni

13.01.2022 # 5870
Jacquie Maria Wessels espone al PAN Garage Stills, le nature morte fiamminghe delle officine per auto

Paolo Falasconi // 0 comments

Il Corso di Fotografia artistica alla ILAS con Antonio Biasiucci

per imparare a costruire un formidabile racconto attraverso le immagini di ogni realtà su cui si deciderà di puntare l’obiettivo.

Ricercarsi, catapultarsi in una nuova e straordinaria dimensione, valutare nuove possibilità, scoprire infiniti e differenti orizzonti, conoscersi […] 


Migliorare umanamente ed artisticamente, secondo un percorso strutturato su misura che rivelerà chi sei e qual è la tua visione del mondo. Nel corso di Fotografia Artistica 9 giovani fotografi professionisti diplomati all’Accademia Ilas intraprenderanno un percorso artistico di tipo introspettivo, sotto l’occhio e la guida esperta del maestro Antonio Biasiucci.

Il corso è pensato per offrire ai fotografi l’opportunità di sfruttare appieno le conoscenze tecniche già acquisite e metterle a frutto per sviluppare una ricerca personale e intima, affinare la conoscenza degli aspetti più artistici della professione e costruire il proprio percorso fotografico.

La fotografia di ricerca è vista e vissuta come un processo lento e continuo, come un’azione incessante, perpetua ed in continuo mutamento.“Ripetere un’azione su di uno stesso soggetto fa guardare le cose da diversi punti di vista, rendendola sempre differente fino al punto di perfezionarla.”- afferma Biasiucci.

Le fotografie forniscono spunti di riflessione, ma è sempre chi osserva a completarne il significato e a darle senso.“Cos’è importante in questo tempo?” cosa è importante per ogni individuo, quali sono i desideri e le ambizioni, perché scegliamo di focalizzarci su alcune mete piuttosto che altre.“Qual è la vita che scegli per te?” É su questo che bisogna lavorare.

Un tavolo, punto d’unione ed allo stesso tempo d’interscambio tra docente ed allievi, è l’elemento focale intorno al quale si concentra il momento più importante di ogni lezione, permettendo agli studenti attraverso le letture del maestro Biasiucci di raccontare e raccontarsi, “mettersi a nudo” e instaurare così legami con la parte più intima di se stessi.

In un lento percorso mirato all'acquisizione della consapevolezza di sé l’allievo acquisirà mano a mano gli strumenti necessari per imparare a costruire un formidabile racconto attraverso le immagini di ogni realtà su cui deciderà di puntare l’obiettivo.


Testi di Maria Nemoianni

12.01.2022 # 5869
Jacquie Maria Wessels espone al PAN Garage Stills, le nature morte fiamminghe delle officine per auto

Marco Maraviglia // 0 comments

Come lavoravano i fotografi prima dell’arrivo della fotografia digitale?

Breve incursione in quelle che erano alcune modalità operative dei fotografi degli anni ’80-’90

Lo scanner

Prima del 2000 erano ancora pochi i fotografi che lavoravano in digitale. Esisteva il Photoshop che consentiva di fare qualche postproduzione alle proprie foto, previa scansione. Ma acquisire a scanner le foto aveva un costo non paragonabile a quello di oggi. I service di preprint lavoravano principalmente con costosi scanner a tamburo se non addirittura con un’altra macchina chiamata reprocamera. Oggi con poche centinaia di euro si può entrare in possesso di uno scanner decente. Ma ormai si scattano fotografie che sono già digitali a monte e quindi lo scanner resta solo un utile accessorio per quei fotografi che intendono ripescare dal proprio patrimonio archivistico immagini per realizzare un libro, una mostra e dintorni.  

 

Le pellicole

Si lavorava quindi principalmente in analogico: pellicole a colori, bianconero e invertibili, le cosiddette diapositive. Dette anche diapo o dia.

C’erano fotografi che avevano a tracolla almeno tre corpi macchina e ciò per un paio di motivi: per evitare di perdere tempo nel sostituire gli obiettivi di focale diversa (cosa che ad oggi i professionisti fanno ancora) ma anche perché in ogni corpo macchina c’era una pellicola diversa. Bianconero, diapositiva a bassa sensibilità, diapositiva ad alta sensibilità, diapositiva per luce al tungsteno, pellicola negativa a colori…

Qualcuno usava i filtri di conversione, quelli in vetro blu o arancioni per convertire la temperatura cromatica che si avvitavano sull’obiettivo e così qualsiasi pellicola riproduceva la luce come se fosse “bianca”, diurna.

Oggi le fotocamere digitali hanno il WB, il White Balance, il bilanciamento del bianco. Impostabile in automatico oppure per luce diurna, luce flash, al neon, tungsteno e basta un dito. Anche per cambiare il valore della sensibilità alla luce (ISO).

 

La postproduzione analogica

Non esistevano i software di elaborazione delle immagini, ma le foto potevano subire qualche manipolazione.

Con del ferro filato e dei cartoncini sagomati a disco, triangolari, quadrati, a mezza luna, realizzavi i dodge le “palummelle”: termine napoletano derivante da “palumme”, colombe, perché tramite il fil di ferro si facevano svolazzare sulle carte emulsionate durante l’esposizione dell’ingranditore per schiarire le zone d’ombra. E se dovevi scurire i cieli e le zone troppo chiare (alte luci), usavi la tecnica del burning per “bruciarle”: un cartoncino nero, magari costruito a tronco di piramide, con un foro al centro attraverso il quale lasciavi passare la luce dell’ingranditore.

Il fotoritocco per eliminare polvere e graffi lo facevi a mano con pennellini intinti in appositi inchiostri. Oppure con pennarelli con punte flessibili di varie scale di grigi o anche a colori.

Non esisteva il filtro fluidifica del Photoshop ma deformando la carta emulsionata sotto l’ingranditore, si potevano ottenere caricature.

Chi non possedeva un banco ottico poteva fare leggere correzioni prospettiche di immagini di edifici in fase di stampa. Un po’ pezzottate ma accettabili entro certi limiti.

Si poteva accentuare la grana in fase di sviluppo della pellicola o cospargendo di segatura fine l’emulsione del foglio durante l’esposizione, si facevano solarizzazioni e posterizzazioni, fotomontaggi e quant’altro.

Ogni fotografo aveva i suoi segreti.

 

36 colpi in macchina

Non c’erano schede di memoria che ti consentivano di fare tanti click senza avere il pensiero del limite delle foto scattabili. Avevi solo 36 colpi in macchina e per ricaricarla con un rullino vergine ti prendeva più tempo della sostituzione di una scheda di memoria.

Se compravi pellicola a metraggio riuscivi a caricare i rocchetti anche con 38 fotogrammi, ma il problema era che non potevi perdere l’ultimo colpo “in canna” proprio nel momento clou. Anche per questo era meglio avere un secondo corpo macchina con una pellicola già caricata.

36 colpi in macchina e non dovevi sgarrare l’esposizione perché la latitudine di posa di una pellicola non era come quella che ti può offrire oggi un file in RAW.

36 colpi in macchina e ogni foto doveva essere pensata prima di inquadrarla, ad alta velocità se eri un reporter. Se eri in gamba ne tiravi fuori una decina utilizzabili, pubblicabili. Vendibili. Se eri bravissimo ne usciva una che riuscivi a piazzare a più giornali.

 

La camera oscura

Era il mondo magico di professionisti e fotoamatori evoluti.

I primi erano super attrezzati in stanze dedicate ma anche nel WC, con tank anche a sei spirali, asciugatrici delle stampe, essiccatoi con termostato per le pellicole, marginatori per formati 30x40 o anche più, filtro per l’acqua per renderla meno alcalina ché sennò macchiava troppo i negativi anche se la soluzione imbibente dava una mano, bacinelle per i bagni extralarge ed altre belle cose.

Ma si riusciva a sviluppare e stampare anche con un’attrezzatura più povera.

Invece della tank si avvolgeva e riavvolgeva il rullino a mano nella vaschetta del rivelatore, c’era chi riusciva a recuperare gli asciugatori elettrici per le mani dei bagni pubblici per costruirsi l’essiccatoio per le pellicole con tanto di foglio di cellophane intorno, la luce rossa si rimediava con una normale lampadina incapsulata da un vaso di vetro rosso. Negli infissi delle finestre si attaccavano pannelli di polistirolo dipinti di nero per oscurare l’ambiente. Chi non aveva l’essiccatore per le stampe, le attaccava sulle piastrelle del bagno strizzandole con uno di quei rulli in gomma che servivano in realtà a spalmare l’inchiostro sulle incisioni o sui telai serigrafici artigianali. E poi, staccandole dalle piastrelle, una botta di phon.

Una magia che qualche ragazzo del XXI secolo ha ripreso e che, se non in possesso di una reflex analogica, si è dato alla fotografia stenopeica.

 

I provini a contatto

Il fotografo professionista tagliava a spezzoni da sei fotogrammi i negativi e li inseriva nei fogli per archivio di carta velina non prima di averli stampati a contatto su un foglio di carta fotografica grazie al provinatore: il provino a contatto. Su entrambi i fogli si segnava lo stesso numero e messi nelle scatole delle carte fotografiche ormai vuote o in raccoglitori ad anelli. Magari in raccoglitori separati: quello delle veline con negativi e quello con i soli provini a contatto. E poi c’era chi usava una rubrica alfabetica cartacea dove per ogni lettera descriveva a penna il nome del soggetto o servizio fotografico, la data e il numero corrispondente al provino a contatto e quindi al foglio contenente i negativi di quelle foto.

Eh già, non esistevano i software di database o il “trova file” sul computer. Perché il computer non c’era.

 

Le diapositive

La diapositiva era, sotto certi aspetti, la maledizione per gli amici dei fotoamatori.

Ti invitavano a casa con la scusa di una cena e poi a sorpresa eri costretto a guardarti centinaia di foto proiettate sullo schermo con musichetta di sottofondo e sorbirti tutto il racconto delle vacanze dell’amico perché le foto da sole non raccontavano nulla. «Che bei colori!!!» era il commento che faceva l’amico più affezionato. Gli altri tacevano. Per educazione.

Altra storia invece, per i professionisti che usavano le diapo per lavoro. Perché quelle servivano per l’editoria e la comunicazione con stampa in offset.

Aspettavi un'ora o un giorno per avere le diapositive sviluppate. Quindici giorni di attesa per le Kodachrome perché venivano sviluppate solo in un laboratorio Kodak a Milano che poi chiuse e allora venivano mandate in un laboratorio di Francoforte. Che poi chiuse. Fin quando anche l’ultimo lab nel Kansas venne chiuso nel dicembre 2009. Fine di una pellicola amata dai Fulvio Roiter, Luigi Ghirri, Art Kane, solo per citarne alcuni.

Non esisteva l'e-commerce e impazzivi a trovare i plasticoni che dicevi tu. Quelli opachi sul retro e difficilmente ingottabili.

Le info file le scrivevi a mano sui telaietti.

Duplicavi gli scatti migliori prima di mandarli ai clienti perché nel caso si smarrivano, possedevi sempre gli originali e per evitare che si danneggiassero gli originali con graffi e vaselina che veniva utilizzata per attaccarle sui tamburi degli scanner. Una gran violenza. Perché non tutti i tecnici della pre-stampa potevano perder tempo ad applicarle certosinamente con lo scotch.

Le etichette dei credit te le stampavi da te con una stampante ad aghi se eri attrezzato con un PC 2.8.6 oppure fotocopiavi un foglio battuto a macchina, ci applicavi il biadesivo sul retro e le ritagliavi una a una prima di attaccarle sui telaietti. Perché il timbro a inchiostro indelebile sbavava e dovevi aspettare che si asciugasse prima di infilarle nelle taschine dei plasticoni.

Le numeravi per archiviarle per benino e a ogni foglio del plasticone attaccavi un’etichetta a sbalzo con la descrizione del servizio fotografico.

Poi riponevi tutto nei cardex e aggiornavi lo schedario cartaceo. E il tuo archivio cresceva.

 

 

Credo che oggi nessun fotografo abbia rimpianti di quegli anni. Di quando si respiravano le esalazioni dei bagni chimici a base di acido acetico, metolo, idrochinone, iposolfito di sodio. O di quando ci si incazzava quando una stampa veniva rifatta più volte perché il contrasto, schermature e bruciature erano venute male. O di quando una pellicola era involontariamente graffiata dal laboratorio. O di quando non trovavi il lentino contafili per scegliere dai provini a contatto le foto da stampare o le diapositive da inviare a un giornale.

Ma quella era magia. Tattile. No “polvere elettronica”.

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