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Mostre ed eventi // Pagina 158 di 216
14.02.2010 # 1262
Milano | Yayoi Kusama I want to live forever

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Milano | Yayoi Kusama I want to live forever

Fino al 14/02/2010

Giappone, ancora Giappone. E' un periodo in cui l'arte giapponese è al centro dello scenario internazionale. Al PAC ( Padiglione d'Arte Contemporanea) di Milano arriva la più grande artista giapponese contemporanea, Yayoi Kusama. Espone sculture, dipinti, installazioni. Alla biennale di Venezia del 1966, supportata da Lucio ontana, stupì il pubblico con l'opera Narcissus Garden - 1500 sfere metalliche installate nel prato in una esibizione improvvisata. Qui invece espone opere dell'ultimo decennio, dipinti figurativi e astratti recenti, opere scultoree e i disegni formativi degli anni '50 e '60, quando si trasferì giovanissima a New York. Si possono ammirare il bellissimo e spettacolare dipinto a cinque pannelli I want to live forever del 2008, assieme ai giochi infiniti di colore e di trame chiamati Infinity Net, ai giochi di specchi e di luce dell'istallazione Aftermath of Obliteration of Eternity. Il tutto risente dell'influenza degli Infinity Net, ovvero la possibilità di inserire porzioni di infinito nello spazio precostituito della tela, in un ensemble psichedelico e onirico, sancito da un'idea imperitura e costante di morte, quasi ossessiva, morte come mortalità e caducità. Il tema dell'infinito, che si riscontra anche nelle sue enormi sculture, viene affrontata inoltre con l'uso degli specchi che riflettono, appunto, all'infinito, e la rimandano senza sosta, l'immagine ottica. C'è in mostra anche la grande Narcissus Garden, che Yayoi Kusama riporta in Italia dopo quarant'anni.

14.02.2010 # 1353
Milano | Yayoi Kusama I want to live forever

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Roma | Marianne Werefkin. L'amazzone dell'avanguardia

Fino al 14/02/2010

L'opera di Marianne Werefkin, straordinaria pittrice russa ( Tula-Lituania-1860, Ascona-Svizzera-1938) è stata fondamentale dal punto di vista teorico e politico per la nascita dell'arte astratta contemporanea attraverso la "Nuova Associazione degli Artisti di Monaco" nata nel 1909 e antecedente al Blaue Reiter, quel Cavaliere Azzurro, nato nel 1909, di cui, insieme alla Werefkin, hanno fatto parte anche Vasilij Kandinskij, Franz Marc, Paul Klee, August Macke, Alexej von Jawlensky. Il museo di Roma Trastevere le dedica una bellissima retrospettiva con circa 50 tempere, 12 disegni, 20 libretti di schizzi e un diario. Marianne Werefkin è un artista importantissima e cruciale per l'arte astratta contemporanea, anche se pressoché sconosciuta in Italia, ha dato con la sua ricerca artistica un apporto notevole all'arte del primo trentennio del '900 europeo. Nella sua produzione artistica si riconoscono tre momenti fondamentali, in cui si vedono, per cominciare, gli influssi delle correnti mistiche dell'arte di Redon e Kubin, espresso nei lavori in lapis e matite colorate. In seguito, a partire dal 1907, l'artista subisce l'influenza dell'arte francese impressionista e neo-impressionista soprattutto con artisti come Gaugin e Napis in senso strettamente stilistico, aspetto riconoscibile nelle linee e nell'iconografia delle sue opere. L'ultima fase vede una marcata influenza di Eduard Munch attraverso l'uso simbolico e anti-naturalistico del colore, caratterizzato da un forte espressionismo. Dal 1908 al 1913 l'artista completa il suo percorso approdando al lirismo che la contraddistingue, in cui forme, linee e colori sono uniti e assorbiti in una tonalità dominante e in una forma sempre più mistico-visionaria arrivando, verso la fine della sua vita ad aspetti e problematiche più umane legate all'opera d'arte.

14.02.2010 # 1337
Milano | Yayoi Kusama I want to live forever

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Roma | Calder | Calder nelle fotografie di Ugo Mulas

Fino al 14/02/2010

Al Palazzo delle Esposizioni di Roma doppia mostra dedicata ad Alexander Calder ( 1898-1976 ). Sono presenti sia le opere del grande artista, che una visone particolare delle opere dovuta all’occhio del celebre fotografo Ugo Mulas. Calder è uno degli artisti più celebri e affermati al mondo. Concentrato da sempre sull’idea di movimento con i suoi “mobile”, nel 1933 affermava: “Perché non rappresentare le forme in movimento? Non un semplice movimento di traslazione o rotativo, ma una composizione di diversi moti di vario tipo, velocità e ampiezza. Così come si possono comporre colori o forme, così si può comporre il movimento». Questa mostra è infatti un invito a partecipare a questa idea di movimento spaziale ed è anche un’occasione unica per poter ammirare opere che provengono dalle più importanti collezioni pubbliche e private del mondo, come dal Museum of Modern Art di New York, dalla Fondazione Solomon R. Guggenheim di New York , dal Whitney Museum of American Art di New York, dalla National Gallery of Art di Washington, dal Centre Pompidou di Parigi; dalla Menil Collection di Houston, dalla Raymond e Patsy Nasher Collection di Dallas, dal Ludwig Museum di Colonia e dalla Fondazione Calder di New York. La sua arte è caratterizzata inoltre dall’uso di materiali come il filo di ferro. Egli fu da sempre convinto di dover occupare lo spazio con le sue figure astratte ma subì comunque l’influenza di grandi artisti contemporanei come Duchamp, Léger, Mirò e Mondrian trasferendosi a Parigi nel 1926. Ogni sua opera è intrisa da una grande energia e secondo la concezione dell’artista, alla fine dovrà essere lo spettatore a plasmare l’opera attraverso la sua visione, collocandola visivamente nello spazio. Al primo piano del Palazzo delle Esposizioni, in un trait d’union organico e in armonia con la mostra di Calder si possono ammirare gli scatti che Ugo Mulas, circa un’ottantina, ha dedicato al grande artista americano. Le sue immagini rafforzano e completano la mostra per il grande valore critico e interpretativo. Mulas, prima di dedicarsi alle sue Verifiche, lavorò molto con gli artisti e sull’arte e di Calder, nel testo che gli dedicò, L’Amicizia, disse “L'ambiente, l'uomo, l'amicizia hanno influito, spesso in modo decisivo, sul mio lavoro. E Calder ne è stato un protagonista. Per lui volevo fare qualcosa di molto bello, volevo delle fotografie che fossero significative del suo atteggiamento - dell'aspetto giocoso della sua opera - e poi fotografie affettuose, con la moglie, con le figlie coi nipoti, nella casa americana, a Roxbury, in quella sull'Indre, a Sachè, insomma foto da album ricordo. Dalle foto non doveva trasparire altra intenzione che quella di dichiarare il mio amore per la sua opera e la gioia che mi dava la sua amicizia. Un omaggio totale cercando di cogliere anche l'aspetto fisico, da patriarca un po' ironico, un po' burlone. Mi piaceva il fatto che si dedicava a tutto con uguale intensità, che riuscisse a costruire dei forchettoni o dei mestoli per la cucina non meno belli delle sue sculture (…) l'impegno e l'abilità con cui si muove per realizzare delle teste o delle figure con un solo filo di ferro, senza mai tagliarlo (…) oppure le gouaches fatte senza pennelli, giocando sul movimento e l'inclinazione del foglio (…)”. Celebri sono i suoi studi, spesso diventati libri, ripresi anche negli atelier degli artisti e sull’arte, tra cui : sulle Biennali di Venezia (dal 1954 al 1972, Le verifiche e la storia delle Biennali, a cura di Tommaso Trini, Venezia 1974), su David Smith (Giovanni Carandente, Voltron: David Smith, New York 1964), sugli artisti americani (New York: arte  e persone, con Alan R. Solomon, Milano, New York, Barcellona 1967), su Lucio Fontana (Lucio Fontana, con poesie di Nanni Balestrini, Milano 1968), su Fausto Melotti (Fausto Melotti, lo spazio inquieto, a cura di Paolo Fossati, con un testo di Italo Calvino, Torino 1971), Marcel Duchamp (Marcel Duchamp, Milano 1973), Pietro Consagra (Fotografare l’arte, con introduzione di Umberto Eco, Milano 1973), su Arnaldo Pomodoro (Guido Ballo, Alberto Boatto, Gillo Dorfles, Libro per le sculture di Arnaldo Pomodoro, Milano 1974).

14.02.2010 # 1308
Milano | Yayoi Kusama I want to live forever

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Vienna | Brus e Rainer

Fino al 14/02/2010

Am Horizont der Sinne, am horizont der dinge, ovvero Sull'orizzonte dei sensi, Sull'orizzonte delle cose, così si intitola la mostra su Arnulf Rainer (1929) e Günter Brus (nato nel 1938) che il Museo Albertina di Vienna ospita in collaborazione con la Galerie Heike Curtze di Vienna e Berlino. Le opere presenti sono circa settanta e hanno come caratteristica fondamentale quella di mostrarci il percorso dei due artisti, l'approccio prettamente pittorico di Rainer e di Brus convogliato in un discorso che potremmo definire letterario. I due artisti hanno avuto un'altra pubblicazione congiunta nel 1986, con il titolo di Depth Obscured, ma lavorando, come in questo caso, in maniera distinta l'uno dall'altro. Pur lavorando in maniera indipendente tra loro è inevitabile il dialogo pittorico, che vede l'immagine di Brus, alquanto poetica sfociare nelle ridipinture sfocate di Rainer, quasi come se vi fosse un nesso profondo tra le opere, una sorta di continuazione ideale, o meglio, come se l'opera, dopo essere stata dipinta, avesse una vita propria e si evolvesse in stati successivi. Tutto questo porta ad un'interazione dei linguaggi e della forma pittorica, fatto che nel panorama artistico contemporaneo, ha una collocazione di tutto rispetto, sia per l'ormai consolidata fama di entrambi gli artisti, che per il messaggio straordinario che viene fuori dalle loro opere.

14.02.2010 # 1279
Milano | Yayoi Kusama I want to live forever

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Genova | Otto Hofmann. La poetica del Bauhaus

Fino al 14/02/2010

Al Palazzo Ducale di Genova si celebrano i 90 anni del Bahaus con un'ampia e unica prospettiva dedicata ad Otto Hofmann ( 1907-1996) che nel gruppo nato a Dessau fu tra i più interessanti. La mostra consta di circa quattrocento opere tra dipinti, disegni, fotografie, ceramiche, oggetti, lettere e documenti  arrivati da diversi Musei europei, da collezioni pubbliche e private, nazionali e internazionali, e dallo studio dell'Artista.

Attraverso le opere dell'artista tedesco si ricostruisce la storia del Bahaus, la censura, gli intenti e soprattutto è occasione per approfondire gli aspetti poetici dell'arte astratta del secolo scorso. La mostra è curata da Giovanni Battista Marini, in collaborazione con il Goethe Institut Genua e promuove l'interdisciplinarietà di questo personaggio e delle opere a cavallo tra gli anni 20 e 90. Si comincia con le opere di Dessau, dal 1927 al 1930 fino al divieto di esporre e di dipingere venuto dai Nazisti che avevano classificato la sua arte come Arte degenerata. A questo periodo seguì quello della prigionia in Russia, con la produzione di delicati acquerelli, fino alle opere del dopoguerra caratterizzate dalla sofferenza per il disordine politico e l'instabilità del periodo storico, dovuta all'avvento del Comunismo nella Germania Est in cui lasciò nel 51 tutte le sue opere. I suo spostamenti vanno da Berlino, Parigi e il Canton Ticino e testimoniano inoltre di come egli abbia dato una grande impronta anche al Design, attraverso le porcellane e la Grafica con le xilografie e le litografie. La mostra è supportata dalle sue fotografie, oltre a quelle originali di molti artisti Bauhaus , come Moholy-Nagy, Lucia Moholy, Florence Henri, Walter Peterhans, Lux Feininger, Piet Zwart, Franz Roh, Greta Stern. Interessanti sono i quaderni esposti che contengono appunti di studio durante le lezioni di Klee e Kandinskij, tenute al Bauhaus dal 1928 al 1930 e nel 2008 la mostra si è tenuta proprio nelle case di questi due grandi artisti, progettate da Gropius.

14.02.2010 # 1265
Milano | Yayoi Kusama I want to live forever

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Genova | Henri Cartier-Bresson. Russia

Fino al 14/02/2010

Un’occasione per vedere i quaranta scatti che “l’occhio del secolo”, così come è stato chiamato il grande fotografo francese Herni Cartier-Bresson, fece nel 1954 in Russia, un anno dopo la morte di Stalin. A Genova, Palazzo Ducale, nella Loggia degli Abati. Le fotografie sono messe a confronto con quelle che realizzò in un altro viaggio in Russia del 1973, in piena guerra fredda. Sono foto memorabili perché Cartier Bresson ritrae la quotidianità della gente, cerca di cogliere una Russia che non si è ancora “destanilizzata”, rivelandone i timori e le profonde incertezze. Si interessa del lavoro, dei divertimenti, dei vari contesti sociali e aspetti meno noti, immortala gli ufficiali della Guardia Rossa mentre con la coda nell’occhio sbirciano le ragazze, i poveri e le mogli della nomenklatura, gli aneddoti di strada e le feste popolari. Robert Capa, nel 1947 lo aveva preceduto e aveva viaggiato in Urss con John Steinbeck per il Russian Journal. Ma le immagini di Cartier-Bresson mostrano una Russia in sordina, cogliendo un momento storico cruciale in cui la superpotenza comunista mostrava tutta la sua fragilità. Quando poi, nel 73 decise di tornare disse “”A distanza di diciannove anni dal primo viaggio, desiderai tornare indietro e visitare nuovamente la Russia. Non c’è nulla di più rivelatorio che confrontare una nazione con se stessa osservandone i cambiamenti e cercando di individuare il suo filo conduttore”. L’occhio della macchina fotografica è un testimone incredibile, il vero e proprio filo conduttore di questo passaggio. Le foto che vediamo qui sono completamente inedite e raccolte in un volume pubblicato in Francia, A propos de l’URSS nel 1973.